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Commento a "FENOMENI"
Commento a "FENOMENI"
Alessandro Salerno mercoledì 18 febbraio 2009

Caro Gianfranco, ho letto il tuo “Fenomeni”. Più volte. Mi è apparso stranamente rapsodico. Ho provato a focalizzare i nuclei salienti e a risponderti. In questo mio intervento spezzo qualche lancia a favore del corpo insegnante. E proverò a dare ragione di questa mia presa di posizione. Cioè cerco, fra le altre cose, di dare ragione dell’origine di quel tipo antropologico che tu hai così ben individuato.

Io parto da una domanda semplice semplice:
A che serve la scuola oggi? O meglio, e in termini un po’ più articolati: a che serve oggi che uno Stato si accolli l’onere di un sistema di istruzione pubblico quale quello vigente? A me non interessa la risposta che potrei dare io o un qualunque altro soggetto portatore di istanze morali, religiose, filosofiche, ideologiche ossia di un generico “dover essere”. A me interessa la risposta che dà chi è al potere, inteso non come questo o quel governo, ma come classe dominante. La risposta realistica della Realpolitik.

Se ci si mette da questo punto di vista, la risposta non può che essere una: la scuola serve a poco nei gradi inferiori, nei gradi superiori a molto poco o a nulla, e laddove funziona, diviene persino controproducente, perché, nonostante tutte le sue deficienze, riesce a creare pericolose sacche di resistenza all’ideologia dominante. Lo Stato si carica con sempre maggior fastidio di un onere pesantissimo, solo perché la chiusura tout cour delle scuole di grado medio e supeiore, provocherebbe mezzo milione di disoccupati e diversi milioni di sbandati nei confronti dei quali la scuola esercita una forma di repressione soft, questa sì considerata un bene appetibile dai governi, che infatti intendono sfruttarla meglio (la repressione soft e il controllo di masse di adolescenti, altrimenti socialmente pericolose, è quel “molto poco” per cui il potere è disposto a tenere ancora aperte le scuole medie e superiori, ma è chiaro che non ha senso farlo, dal suo punto di vista, spendendo tutto quello che tutt’ora si spende: occorre economizzare).

Dunque, il potere tollera la scuola primaria, perché anche in un Paese come l’Italia di oggi, un grado minimo di alfabetizzazione è necessario perché non avvenga un collasso di tutte le dinamiche interne (e questo è il “poco” dei gradi inferiori che serve al potere). Mal tollera i gradi superiori, del tutto inefficaci o addirittura controproducenti rispetto agli interessi della classe dominante.

Ci si potrebbe chiedere, allora, come mai i governi, specialmente quest’ultimo, infieriscano sulla scuola primaria, colpendo meno i gradi superiori. La risposta è che la classe docente media, per quanto possa apparire paradossale, è temuta dal potere, che la interpreta come radicalmente antisistemica, proprio per quelle caratteristiche che tu stesso ben individui: moralismo, missionarismo, disprezzo dei (dis)valori correnti uniti a una non disprezzabile formazione culturale. Il potere attende che la società faccia il suo corso e la liquidi come relitto storico; attende il suo degrado economico irreversibile e punta alla sua dequalificazione culturale (per ottenere ciò ha agito pesantemente sull’università che rispetto alla scuola ha mostrato di essere molto più organica alla classe dominante, essendone del resto una più o meno diretta espressione). Raramente la colpisce frontalmente; quando lo fa, si brucia. - Non ho dubbi, ad esempio, sul fatto che la sconfitta del primo Ulivo sia addebitabile in buona parte alla politica scolastica dello sciagurato Berlinguer che creò un ricompattamento mai visto prima del corpo docente - . Preferisce dunque aspettare, tergiversare, blandire (vedi la dichiarazione della Gelmini sugli stipendi da aumentare, o di ogni suo predecessore sull’importanza dei docenti).

Per capire perché la classe dominante al potere preferirebbe, se potesse, chiudere le scuole, occorre guardarla bene in faccia, vedere da dove proviene, che interessi persegue, quanto sia diversa da tutte le precedenti, quanto sia distante da ogni forma di “cultura”. Occorre qui fare una digressione: sintetica e approssimativa, ma necessaria.

Il nostro sistema di istruzione nazionale affonda le sue radici nel Risorgimento, è stato esaltato dal Fascismo e dalla Repubblica del primo ventennio, ha iniziato il suo declino nel secondo ventennio della prima Repubblica, agonizza, ma non è ancora morto, nella seconda Repubblica.

Il nostro sistema di istruzione, essendo per sua natura pubblico e statale è stato sempre strettamente subordinato al potere che l’ha di volta in volta utilizzato per i suoi scopi.

L’Italia liberale non aveva un grande interesse per un sistema di istruzione statale di alto rango. Fatta l’Italia, non interessava granché ai borghesi massoni e anticlericali fare gli Italiani. Occorreva sì contrastare il monopolio ecclesiastico nell’istruzione primaria, cantare la retorica risorgimentale, ma poi il resto serviva a sancire le disparità di classi esistenti. L’istruzione superiore era di fatto riservata ad un’élite, paga del risultato raggiunto, timorosa dei fermenti di massa da essa stessa generati attraverso le prime forme di decollo industriale. Le scuole tecniche e professionali funzionavano meglio dei licei.

La scuola fascista è ben diversa; adesso bisogna fare gli Italiani e bisogna forgiarli per un compito storico elevatissimo: ricondurre l’Italia fra le grandi potenze, facendo leva sul mito del suo glorioso passato. Per quanto aberrante e foriera di tragedie fosse la missione fascista, il sistema scolastico ne risentì positivamente in più sensi. Innanzi tutto la riforma Gentile fu una riforma geniale della scuola, soprattutto dei Licei; poi lo Stato mise la scuola al centro dei suoi interessi (più dell’esercito!); la classe piccolo borghese dei docenti che appoggiò massicciamente il fascismo, ne fu beneficata con un prestigio sociale (e parzialmente anche economico) senza precedenti nella storia italiana. Per capire quanto il fascismo tenesse alla scuola, basta vedere che “scuole” costruisse: imponenti, solide, spaziose (oggi siamo nei container pronti per essere smaltiti, o in anonime palazzine private riattate, o in enormi lager di cemento armato da incubo…). Il fascismo fu uno Stato paternalista e pedagogico e la pedagogia di stato fu il suo strumento. La scuola e l’università fasciste, sfrondate di loro aspetti sciovinisti, formarono una classe dirigente di tutto rispetto che fu ereditata dalla prima Repubblica.

La Prima Repubblica eredita la solida struttura fascista e la riconverte ad altri ideali: l’eguaglianza, il progresso sociale. L’Italia, sconfitta e umiliata dalla guerra, ha ancora una missione tra i popoli: l’Europa unita e la pace, prima di tutto. Ha una missione interna, che è quella della ricostruzione economica. L’Italia vuole essere una paese industriale e in settori ad alto valore aggiunto, là dove può sfruttare meglio le proprie potenzialità. Ha inoltre un compito imposto dalla superpotenza di riferimento a tutti gli stati satelliti: esaltare il modello occidentale di progresso congiunto a libertà, a confronto col modello del blocco orientale. E’ una scuola “progressista”, proprio come lo era in un certo senso anche quella fascista. Per il supremo interesse collettivo, occorre che i migliori in qualche modo scalino i vertici, e la scuola congiunta all’università è il veicolo, imperfetto quanto si vuole, di un certo dinamismo sociale.

Nella polemica tra Don Milani e la professoressa “comunista” delle sue lettere, io non ho dubbi. Sto dalla parte della prof. Salvanti e dalla parte di Gramsci. La decadenza dei partiti popolari “PCI” e “DC”, disfunzionali rispetto al neocapitalismo avanzante (e poi trionfante), segna anche la decadenza della scuola della Prima Repubblica, agitata dalle proteste radicalchic borghesi, cui assimilo anche quella di Don Milani (né cattolico né marxista), il cui attacco alla scuola pubblica con la sua azione è paragonabile solo al danno procurato dai sindacati della scuola.

Le riforme borghesi socialisteggianti, a partire dalla scuola media unificata del 1962, si basano su assunti astratti e individualistici che hanno fatto molto male proprio alle classi inferiori. E’ incalcolabile il danno economico che si fa tutt’oggi, ad esempio, ad una famiglia proletaria o sottoproletaria quando i figli sono indotti dal sistema a stare parcheggiati fino a 18 anni in una scuola professionale non professionalizzante: non impareranno un lavoro, non si creeranno una cultura superiore, avranno solo qualche nozioncina sterile annegata in un mare di noia dove fioriscono i vizi del consumo di stupefacenti, dello sballo ecc. Sai che guadagno! Sai che promozione sociale!

Nel frattempo è accaduto qualcosa di più rilevante e chiaramente di extra scolastico: l’Italia ha perduto qualunque senso di una sua missione storica, di un destino comune, è divenuta provincia periferica di un impero trionfante sull’impero sovietico ed indotto da questo trionfo verso una hybris altrettanto accecante e tragica. In questo quadro storico, la ristrutturazione dell’economia mondiale ha collocato l’Italia fuori dalla produzione delle nuove tecnologie di fine millennio, fuori dalle grandi linee di commercio, rinchiudendola in un sistema che è retto sul manifatturiero a basso valore scientifico aggiunto della piccola e media impresa, sul consumo interno, sul parassitismo statale da debito pubblico, e (non si dimentichi) sull’economia illegale delle organizzazioni criminali: spaccio di stupefacenti, prostituzione, traffico di armi e di rifiuti (prima impresa in Italia).

In questo paese senza più alcuna missione storica, marginale nelle dinamiche della globalizzazione, le forze politiche corrotte e moribonde non vengono spazzate via da tangentopoli, ma si riciclano in forme meno ideologgizzate e quindi più funzionali al sistema di poteri forti occidentali di cui il paese è ormai totalmente succube. Tra le forze politiche al governo ne appare addirittura una che non riconosce nemmeno l’unità del paese e preferirebbe farlo a pezzi. In questa periferia dell’impero senza arte né parte, la massima industria “culturale” (e forse la massima industria in tutti i sensi) è la televisione commerciale, i cui contenuti sono l’antitesi di ogni tradizione italiana a partire dalla stessa lingua, per non parlare della musica, dell’arte ecc. Il maggiore imprenditore della tv commerciale è anche capo del governo per una buona metà degli anni della cosiddetta seconda repubblica, mentre le forze della cosiddetta opposizione si guardano bene dal trasformare il sistema ereditato, manovrate come sono anch’esse dal potere economico anglo-americano, che ormai, dopo la caduta del muro, imperversa a livello globale.

In un Paese senza centri di ricerca legati alla grande industria, in un paese che rinuncia a divenire leader mondiale del turismo (sarebbe stata una missione dignitosa da darsi) e che anzi ha sempre meno appeal e sempre meno quote di questo mercato, in un paese che affida una buona parte del proprio PIL ai traffici della criminalità organizzata, che disloca persino il manifatturiero, che “finanziarizza” anch’essa buona parte della sua economia, e che si indebita sempre più foraggiando caste parassitarie, che senso hanno una scuola e un’università di alto livello? Quel po’ di buoni cervelli che ancora la scuola e certe università producono, emigra in paesi che hanno mantenuto un alto senso del loro compito storico (peraltro spesso tragico).

Nel paese accortocciato su se stesso, nel paese delle furbizie meschine, nel paese della Carfagna ministro, in quel paese che tu stesso descrivi molto bene e senza sconti, che senso ha una scuola superiore? E che senso ha un’università di alto livello? Sono disfunzionali rispetto al sistema, sono un costo. Una scuola e un’università che producano individui critici, dotati di buona cultura sono un problema, dal momento che il sistema italiano non ha bisogno per reggersi (come quello americano, ad esempio) di scienziati o strateghi, bastano e avanzano nani, buffoni e ballerine.

La scuola e l’università devono essere solo parcheggio softrepressivo per adolescenti e giovani altrimenti socialmente pericolosi e poi devono fornire una serie di servizi funzionali al sistema: nella scuola, ad esempio, educazione stradale, educazione alla legalità (intesa come subordinazione al potere costituito), ecc. nell’università il clima softinformale da induzione al consumo acritico di massa, il clima da erasmusessuale così vagamente liberatorio, così sostanzialmente repressivo…

In questo progetto coerentemente portato avanti dal ’93 a oggi la prima a capitolare è stata l’università, più vicina ai ranghi del potere, corrotta completamente dalla trasformazione dei sistemi del reclutamento, dalla perdità di identità e di scopo attraverso la sciagurata riforma del 3+2, dall’autonomia finanziaria intesa come creazione di un potere localistico e spartitorio similpolitico.

Nella scuola superiore, minacciata da sciagure analoghe, il sistema di reclutamento si è mantenuto ibrido (concorso – graduatoria), l’autonomia muove somme ridicole che determina una corruzione diffusa, ma sostanzialmente ridicola, i programmi sono sempre quelli, nonostante il farneticante “sperimentalismo”; gravi danni sono comunque stati introdotti dall’autonomia e dall’istituto della dirigenza. Ora, mentre i professionali e i tecnici erano già stati devastati dalle trasformazioni economiche, dall’ideologia “licealizzante” e pseudoegualitarista per ricevere infine l’ultimo colpo proprio dalla riforma 3+2 dell’università, nei licei si sono mantenuti i presupposti per lo svilupparsi di nicchie di resistenza, sempre più marginali, ma ancora piuttosto diffuse.

Contrastano a questa resistenza, lo scadimento della preparazione culturale dei docenti (derivante dallo scadimento dell’università), gli attacchi diretti e indiretti del sistema (scarsità di fondi, pseudoriforme, abbandono, confusione legislativa ecc.). Ma la resistenza esiste.

Essa si basa proprio su quei docenti, che non saprei quantificare in percentuale, ma azzardo un 40%, di buona cultura, totalmente impermeabili ai (dis)valori di questa società, al denaro facile e non guadagnato lecitamente, legati a valori spirituali, ma concretamente vissuti sulla propria pelle, come ad esempio la rinuncia ad una carriera universitaria che prevedeva corruzione, intrallazzo già in ingresso (figuriamoci oltre), che non disdegnerebbero affatto la valutazione del merito, ma non come autopunizione dei docenti all’interno di un sistema nazionale completamente antimeritocratico. Non sono assolutamente d’accordo quando sostieni che si tratta di docenti che non accettano il valore della competizione e i valori economici. Essi sono invece molto ben consapevoli che proprio questi valori di sana competizione, di meritocrazia, sono totalmente assenti dal sistema, dove, non a caso, come affermi tu stesso, i vertici sono scalati da chi fa scandalo, da chi corrompe, da chi bara, non da chi compete lealmente. Non c’è nessuna competizione in Italia in nessun ambito! Il sistema non la richiede. Perché non è un sistema di mercato!

I docenti italiani non possono assegnare i compiti in classe e andare via certi che nessuno copierà, non a causa del proprio “sistema valoriale” basato sulla solidarietà, non perché sono i primi a non credere nel valore della competizione, ma perché i propri alunni provengono per lo più da famiglie dove il ricorso alla furbizia, all’imbroglio, all’arrivismo più spudorato è pane quotidiano, famiglie che non oppongono nessuna resistenza al sistema corrotto, ma ci sguazzano dentro (le mamme seminude col piercing che spingono le figlie a forme di prostituzione televisiva ecc., i padri che hanno ottenuto il posto che ricoprono per favoritismi ecc.).

Su questo punto sono pienamente d’accordo con te: i docenti sani (e non sono tutti) costituiscono una riserva morale antitetica al sistema, ma non trai la conseguenza che un sistema competitivo e meritocratico li valorizzerebbe perché ad esso funzionali. Se essi sono invece sempre più isolati, non dipende da un altezzoso sdegno dei valori economici e competitivi, ma proprio dall’esatto opposto: la pressoché totale assenza di questi valori nel sistema economico e politico italiano. In altre epoche storiche non ci saremmo potuti permettere un simile degrado. Oggi sì. Ma ancora per poco, credo.

Questa sparuta riserva ha un’ulteriore jattura. Non è una forza sociale in grado di invertire la rotta. E’ troppo debole economicamente e socialmente. Avrebbe potuto farlo l’università, se non si fosse corrotta. Su questo abbiamo già discusso. Sarebbe del tutto velleitario immaginare un mutamento del sistema a partire dagli insegnanti medi. E’ già tanto se con il loro esempio ed insegnamento riescano a creare ulteriori temute sacche di resistenza. Gli sforzi di questi Donchisciotte della società si infrangono con dati di fatto di una brutalità devastante: che cosa può significare spingere le giovani adolescenti a studiare, sacrificarsi, tendere verso una sana competizione, se in Italia diventa ministro chi ha pubblicato calendari softporno e proprio per il motivo che è una bonazza disponibile?

La classe docente è una riserva marginale e impotente che può solo resistere e sperare in un mutamento sistemico determinato da ben altri fattori. Finiamola col pensare che il cambiamento della società passi dalle aule scolastiche: questa sì è una forma di spiritualismo velleitario veramente ridicola. Ma non passa nemmeno dall’azione di un ministro illuminato che ci raddoppia gli stipendi. Non cambierebbe nulla, si creerebbe solo maggiore astio sociale nei confronti della categoria. (Resta inteso che non ci sputerei sopra e che me ne fregherei della quota d’astio in più).

La classe docente, legata alla cultura, amerebbe un sistema dove la diffusione della cultura sia funzionale al progresso economico e civile. Così come avviene nei paesi più avanzati e non troppo marginali come il nostro. Nei Paesi dove l’industria culturale è la prima industria del paese. E dove questo ancora accade, i docenti hanno anche posizioni stipendiali e sociali più elevate.

Questi docenti non costituiscono un corpo compatto e, anzi, sono spesso molto divisi per formazione, sensibilità, visioni della vita: ci sono i missionari che ritengono che con la loro pedagogia cambieranno il mondo, ci sono i nostalgici della sinistra pura che non hanno capito di essere stati scaricati da tutti, ma che ancora seguono i diktat dei loro sindacati (che vanno contro di loro); ci sono quelli che si spendono per senso religioso e hanno trovato nella scuola un ambiente di lavoro dove la loro umanità non viene derisa da colleghi arrivisti, ma condivisa da studenti ingenui; ci sono quelli che sognano un controribaltamento dei valori, che sperano che la cultura torni ad avere un ruolo nel proprio paese, ma non solo per fini “spiritualistici”, ma perché sono pienamente consapevoli che in un sistema sano la competenza, l’intelligenza, la creatività, la capacità critica creano benessere collettivo per tutti, non uno pseudobenessere immeritato e discriminante solo per pochi; ci sono i rancorosi che si chiudono nell’autosufficienza dello scherno, della battuta, del pamphlet satirico e moraleggiante; ci sono gli idealisti che pensano che ancora ci sia un sistema mediatico e politico in qualche modo interessato a certe istanze civili e in grado di recepirle e lottano e scrivono per farsi ascoltare.

E’ chiaro che con questa parte della classe docente (che è quella sana), a cui mi onoro di appartenere, in costante declino economico e sociale, non ci puoi costruire un movimento di opinione (sono troppo divisi e troppo marginali; è già un miracolo che alcuni di essi siano balzati all’onore delle cronache non per i loro vizi o le loro miserie, ma per i loro scritti, così ben scritti). Con questa parte della classe docente, non ci puoi fare una lotta sociale di tipo rivendicazionista; ora, lasciando stare le professoresse che si commuovono per l’alunno rivisto dopo vent’anni, è chiaro che per la maggor parte di questi docenti quello che sta al primo posto non possono essere i soldi in sé, ed è vero che si tratta in un certo senso di “ben altro”. In un certo senso questi docenti così svagati ed eterei, che certe volte prenderei a schiaffi (come la mia collega missionaria che da settembre a giugno fa tutti i pomeriggi corsi di recupero a gratis anche da sola) sono molto più realisti di chi pensa che un qualche ministro di destra o di sinistra, possa aumentare gli stipendi ai docenti, o riformare seriamente la scuola.

Una prova lampante di come sia irrealistico sperare qualcosa da questa classe dominante è proprio il trattamento che è stato riservato alle indagini internazionali sulle competenze, come la OCSE-PISA. In Paesi dove il sistema scolastico è strategico, le indagini sono state studiate e poi sono state prese le contromisure (vedi Germania), ma in un paese in cui la prima impresa è la criminalità organizzata, a che pro lambiccarsi il cervello? L’indagine è stata usata solo per avanzare di un passo nella liquidazione di quel residuo di scuola che ancora resiste.

Il declino della scuola e della classe docente risale alle trasformazioni dell’Occidente a partire dagli anni ’60 del Novecento, alla crisi specifica della società italiana dagli anni ’70 in avanti, alla sua incapacità di ridefinirsi sullo scenario internazionale, e ha subito un’accelerazione vertiginosa dal 1992 in poi. Per questo le interviste dei docenti di fine anni Sessanta sono attuali. Non perché sempre mala tempora currunt, ma perché si percepiva l’avvio di un declino. Quindi, il decadere sociale ed economico della classe docente dipende da fattori troppo più grandi della politica delle retribuzioni, anche se ministri dell’economia, dell’istruzione e sindacati hanno dato il loro bel contributo.

E allora? E allora si fa una specie di gara contro il tempo. Si attende il collasso del sistema e si spera che arrivi prima della liquidazione totale di questa specie di “riserva della Repubblica” costituita dai docenti sani della scuola (chiaramente esistono altre sacche di resistenza qua e là in altri settori del Paese). La crisi economica che sta sconquassando l’Occidente è solo l’ultimo atto di un’involuzione della nostra civiltà che ha radici remote, ma che sta approdando al suo esito. L’Italia è la nazione che dal punto di vista della propria classe dominante, politica, economica e culturale si presenta messa peggio all’appuntamento.

Ci sono momenti della storia quando gli apocalittici sono più realisti dei pragmatici. E il nostro è uno di quelli. Nello sconquasso generale, occorrerà in qualche modo ripartire, e occorreranno ancora riserve sane. Personalmente, sono profondamente convinto, e la storia mi fornisce esempi a josa, che un’economia veramente sana, florida ed equa si fonda su principi morali saldi e diffusi e i principi morali sono opera dello spirito che soffia attraverso l’arte, la religione, la scienza, la filosofia. Quello della nostra società, da tanti decenni a questa parte, è un finto benessere, sempre più rozzo e discriminatorio, violento e parassitario e sostanzialmente antiprogressista. In verità, ad osservarlo bene, si vede che è pura miseria, causa di povertà materiali e spirituali, di ingiustizie e sopraffazioni. Ma il male fa la guerra anche a sé stesso. E non si regge in piedi troppo a lungo. Quando si dovrà ripartire, chi è stato tenuto ai margini per lungo tempo, avrà per forza di cose un ruolo importante nella ricostruzione, e il ruolo importante sarà ricompensato proporzionalmente, semplicemente perché apparirà che è giusto ciò che prima sembrava assurdo o sciocco.

Con ciò non mi distacco da quanti lamentano che la condizione economica attuale degli insegnanti è vergognosa e ritengono che sia necessario e urgente un migliore trattamento. Purtroppo, però, credo che in un sistema pubblico come quello nostro, la migliore retribuzione possa dipendere solo dal riconoscimento sociale e quindi politico. Ma questo non c’è e non ci può essere, perché i valori sono altri. Per dire, i cittadini italiani, soprattutto nelle regioni meridionali, sono ancora disposti a tollerare stipendi elevatissimi e privilegi per i politici, perché pensano che il loro miglioramento economico passi necessariamente attraverso la mediazione di quelli. Quando capiranno che in un sistema devastato e crollato, per risalire la china occorreranno competenze sofisticate, spirito critico, civismo ecc., allora il sistema sarà costretto a riconoscere ai docenti un valore centrale e si accetterà che siano pagati molto di più di adesso, saranno selezionati anche meglio, oppure sorgerà un sistema di mercato puro, dove i migliori saranno ricercati e pagati tantissimo, come i chirughi estetici di oggi, per intenderci.

Alessandro Salerno

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ggiovannone | 19/02/09

Commenti: 182


Caro Alessandro, difficile rispondere punto per punto alla tua analisi della società italiana che per molti versi – ma non tutti – peraltro condivido. Io credo di essere al tempo stesso meno apocalittico ma anche meno ottimista di quanto lo sia tu. Ad esempio credo che da questa crisi economico finanziaria non deriverà alcun collasso sistemico e quindi nessuna rigenerazione morale della società italiana nel senso da te auspicato. Il berlusconismo non solo ha vinto, ma attrae sempre più consensi, come se l’Italia avesse trovato finalmente uno specchio fedele e rassicurante delle proprie volgarità e immoralità diffuse. E devo essere sincero, il concetto di resistenza che tu vedi adombrato nei licei non mi convince affatto. Nei licei non si resiste, nei licei si forma, come sempre, la classe dirigente di questo paese. Punto. Legare quindi la fenomenologia degli insegnanti a questa o a quella fase involutiva della società o della politica non mi convince per niente. La nostra funzione sociale non deve essere riconosciuta in un futuro ideale che non si realizzerà mai, ma qui ed ora. E dal momento che questa funzione sociale non ha bisogno di ulteriori qualificazioni, perché non è affatto diversa da quelli di Paesi come Francia o Germania dove agli insegnanti è riconosciuto uno status e un rispetto da professionisti, occorre una sola cosa: che gli insegnanti si sentano finalmente professionisti ed esigano uno stipendio da professionisti. Diciamo tremila euro al mese? Ma in realtà gli insegnanti si sentono tutto fuorchè professionisti e dei soldi in realtà non gliene importa niente, questa è l’opinione che mi sono fatto, ed è questo che ho cercato di dimostrare nel mio contributo al Dodecalogo. E questo è grave, grottesco e molto triste. E non è indice di alcuna superiorità morale, solo di una fanciullaggine protrattasi troppo a lungo, la sola idea di contrapporre la cultura al benessere materiale è una regressione degna del peggior Pasolini. I chirurghi o gli psichiatri fanno un lavoro ben più delicato del nostro, ma sono ben lontani da quel quietistico senso di disinteresse e di “missione” che contraddistingue la nostra categoria. Ma l’altezzoso disinteresse per i danè è la spia di una marginalità sociale e intellettuale che deriva dalla mancanza di dignità professionale che impedisce alla categoria nel suo insieme di diventare un interlocutore autorevole nei confronti della politica, del mondo accademico e dei media. E non basta che qualcuno di noi scriva di tanto qualche libro, magari anche importante. E’ la categoria nel suo insieme che dovrebbe farsi sentire è che invece, semplicemente, non esiste.

yorick | 19/02/09

Commenti: 83

Registrato:26/11/06

Caro Gianfranco, io vedo un limite nella tua analisi che mi crea un problema rilevante. Si tratta di questo: posto che gli insegnanti sono come sono (e sono più o meno come li descrivi tu), perché sono così? E' la loro essenza naturale, li scartano così, li formano così? Io provo a spiegarmi perché sono così . E trovo la ragione del loro essere nell'essere della società. Il chirurgo guadagna bene perché c'è un'intera società che concepisce la salute del corpo come valore assoluto e si svenerebbe pur di farsi operare. Allora, chi fra gli altri valori mette anche quello di un benessere economico personale, potrà pur pensare bene di fare il chirurgo. Il chirurgo estetico guadagna bene, perché torme di ragazzine si prostituirebbero pur di trovare i soldi per rifarsi il seno, perché è un valore avere almeno la quarta di misura. Se per la società italiana fosse un valore la creazione di una classe dirigente preparata che fra dieci anni conduca bene il paese, noi saremmo pagati altro che 3000 euro al mese! E tra gli insegnanti, tornerebbero anche persone che mettono come valore un certo benessere economico personale. Del resto, non era questo il motivo per cui nessuno voleva fare l’insegnante in quelle tue classi? Ma la società italiana non guarda nemmeno al domani, figuriamoci se può pensare alla scuola che, notoriamente, lavora per un futuro remoto. Ora, rimuovere le cause che hanno portato a queste condizioni sociali, non è impresa da poco. E gli insegnanti, che non hanno neanche la forza e la voglia di richiedere un aumentino per sé, sono del tutto impotenti. Di qui l'ulteriore disincanto e ripiegamento di tanti. Inoltre, io non ritengo affatto che la classe dirigente, oggi come oggi, si formi nei licei. Perlomeno, il vertice non si forma proprio nei licei. Però credo di capire una cosa: probabilmente tu vivi una realtà sociale molto meno degradata della mia e vedi quanto la scuola possa incidere positivamente sul contesto, formando professionisti, dirigenti ecc.. Di qui, giustamente, ti batti perché il nostro lavoro venga meglio remunerato. Io invece vedo che formiamo o dei disadattati rispetto al contesto o gente che deve emigrare (sempre più spesso all’estero), per cui percepisco un distacco ormai abissale tra la scuola superiore e il contesto di riferimento. Io mi aspetto dei genitori che iniziano a chiederci i danni perché il loro figliuolo è diventato troppo studioso, troppo preparato e serio, poco incline ai compromessi ed è dovuto emigrare in Finlandia… Ora, se guardo all’Italia nel suo insieme, il modello che sta avanzando non è la famosa e tanto temuta da Berlusconi “toscanizzazione” dell’Italia (ricordi?), ma invece la sua “sicilianizzazione”. E il processo continua e dilaga, come ben dici. Ma dove sono gli attori che potrebbero invertirlo? Io non li vedo, non li vedo ancora. Però una crisi strutturale come quella economico-finanziaria in corso ha un potenziale esplosivo inimmaginabile. Personalmente sono fiducioso nel fatto che la crisi generale farà riemergere valori meno idioti di quelli correnti. E tutto ciò sarà solo un vantaggio per noi. Solo a quel punto inizieranno dinamiche diverse. Io non parlo di un futuro ideale, parlo di un futuro concreto e prossimo. Così come parlo di un passato concreto e non troppo remoto in cui il ruolo dell’insegnante era prestigioso e abbastanza ben remunerato. Saluti

ggiovannone | 19/02/09

Commenti: 182


Però pensavo, Alessandro, senza false modestie,se in sala insegnanti si svolgessero discussioni come questa...

yorick | 20/02/09

Commenti: 83

Registrato:26/11/06

Beh, il tuo sito è un'aula docenti un po' speciale!

sertz | 23/02/09

Commenti: 17

Registrato:14/09/08

Cari colleghi, ho seguito con grande interesse il vostro dibattito che trovo davvero ricco di spunti di riflessione. Suggestivo e confortante per me provare a declinare il mio lavoro quotidiano in termini di "professionalità" (in stile storicamente anglosassone) o di "resistenza" (parola che a noi italici evoca uno dei miti fondativi della repubblica). In entrambi i casi, purtroppo, la forbice tra l'immaginato e il vissuto, tra il concetto (utopico) e il reale rappresenta per me un doloroso paradosso. Quello che manca in questa fase storica, probabilmente, è proprio quel piano "metafisico" di rappresentanza ideale che possa poi tradursi in rappresentanza reale, politica, in grado di farsi "casa", "rete di relazione", "domicilio concreto". L'insegnante che si pensa in termini di "professionista" (e concordo con l'analisi acuta in senso "sincronico" di Gianfranco) si scontra con una mentalità diffusa che tende ad azzerare la sua propensione alla dignità del lavoro, all'impegno serio e motivato. Gli manca una rete di protezione, gli manca il tepore del tetto comune, gli manca la condivisione erotica che dia senso e significato al suo sforzo lavorativo-esistenziale (binomio che rappresenta il cuore stesso del "professionista" in senso medievale e poi evangelico del termine, in cui il denaro è cifra concreta ed irrinunciabile di questa sensatezza socialmente condivisa). Gli autostimoli onanistici, persino lo stare-contro funzionano a lungo termine in un sistema "forte", ma sono destinati al fallimento dinanzi al muro di gomma di questa presente quotidianità. Lo stesso vale per il "resistente". Noi italici abbiamo espresso, nel corso dei secoli, grandi figure di resistenti, di devianti, di eretici. Ma abbiamo sempre avuto bisogno di altri palcoscenici su cui esibirci (pensate alle folle di anarchici che ai primi del Novecento esportavamo in ogni parte del mondo o ai grandi eretici come Gioacchino da Fiore, Bruno, Campanella). Affinchè la resistenza prendesse corpo quelle poche migliaia di italiani antifascisti hanno avuto bisogno di paesi ospitanti (la Francia prima di tutti) e i combattenti, poi, hanno avuto il conforto di grandi ideologie (il comunismo sovietico) o, più concretamente, degli eserciti alleati che risalivano la penisola durante la guerra civile. Ora all'orizzonte non ci sono eserciti alleati. L'Europa Unita (si fa per dire) e lo scimmiottamento veltroniano di Obama sono ben poca cosa. Probabilmente a completamento dell'ottima disanima "diacronica" di Alessandro, in prospettiva futura, ci vorrà qualcosa di più della crisi economica. Ovvero, se essa rimarrà un fatto localistico, una crisi del sistema Italia, non mi aspetto grandi cambiamenti. Odio il messianismo esterofilo, lo trovo un atteggiamento immaturo, da sudditi. Ma, a ben guardare, non è forse l'atteggiamento più frequente nel corso della italica storia?
Date tutto in mano alla classe dirigente che siamo riusciti ad esprimere nel corso degli ultimi decenni, ai prefetti, ai presidi, ai benpensati localistici, agli affiliati papalini, e vedrete che anche della tanto sospirata "meritocrazia" faranno concime per intrallazzi. Ammiro chi come voi cerca di spostare la battaglia sul piano civile e politico. Ma personalmente non saprei come orientare il mio agire. Non riesco a scorgere quel tetto comune che garantirebbe un minimo di rappresentanza. Alle Monadi senza finestre rimangono due scelte: la fuga nel solipsismo o quella nell'utopia universalistica. Spero proprio di sbagliarmi...
Riuscissi a trovare un campo di battaglia in cui scendere e una bandiera che mi rappresenti non esiterei un attimo...
Con riconoscenza,
FD

Rebert | 23/02/09

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Registrato:23/11/05

L' analisi di Yorick non fa una piega. L' Italia è il paese in cui l' istruzione non conta nulla, perchè qui conta la f ( F)amiglia.
Lo dice bene il libro di Abravanel, che- d' accordo o meno con il suo taglio- mostra un panorama sconfortante del nostro paese, che risulta quello più ingiusto. I Paesi ( qui sì, uso la maiuscola) dove i docenti sono ben pagati sono quelli in cui l' ethos sociale ha grande considerazione degli insegnanti e della cultura. Eppure, tutto questo non spiega fino in fondo la situazione di "fenomeni" dei docenti italiani. Condivise tutte le analisi politiche, sociali e culturali resta sempre quel salto che non è spiegato e che non ci dice il perchè completo di una tale arresa. Quanto a Sertz, ho l' impressione che anche il solipsismo ormai sia a rischio : personalmente mi sento assediata e vedo gli spazi, appunto solispsistici, erodersi rapidamente.
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