ORDINE E DISCIPLINA
Mi sono sempre chiesto come mai, pur essendo questo sito frequentato da colleghi e colleghe, ad apportare i contributi – come dire a pagare la tassa di sopravvivenza del sito stesso quale luogo di confronto – siano quasi esclusivamente esponenti di quello che un tempo veniva definito ‘sesso forte’. Qualche collega forse direbbe che ciò è perfettamente coerente con la femminilizzazione della scuola, qualche altro mi taccerebbe di stupidità (“anziché gioirne te ne preoccupi? Ma va!”), qualche altro ancora farebbe notare che i ‘contribuenti’ sono davvero superdotati e quindi tali da scoraggiare il confronto (scrittorio) e così via. Insomma: spiegazioni a bizzeffe, ma tutte insufficienti. E quando c’è un’insufficienza…
“Bisogna attivare un corso di recupero!” Scatta a dire il riflesso scolastico condizionato. No.
“E’ colpa nostra, dovremmo chiederci seriamente cosa abbiamo fatto per…” ecco che si presenta al(la) Bocca la formulazione cattocomunista del complesso di frustrazione. No.
“Ecco il vostro limite: sapete dire solo ‘no’, ma non avete propositività!” No.
“La verità è che..” No. Non ho spiegazioni e mi piacerebbe che a darle fossero le colleghe.
“Potrebbe tuttavia darsi che le medesime non ritengano necessaria alcuna spiegazione ma che, come si dice in gergo professionale, assegnino senza spiegare”.
“Assegnino o rassegnino?”
“Ma che ci vuoi fare, ormai siamo tutti rassegnati…”
“Non ho capito bene, da cosa avremmo rassegnato le dimissioni?”
“Non ci credo! Hanno già nominato le commissioni?”
Insomma, l’unico punto su cui tutti sembrano essere d’accordo è che la scuola è ormai un gran casino e bisogna mettere ordine, ordine e disciplina.
“Che sono queste parole, collega? Riformare, bisogna riformare”.
Giusto, bisogna riformare. Per avere cosa? Ordine e disciplina. Secondo un sondaggio mai effettuato, il 99% dei colleghi sarebbero disposti, se entrando domani in classe trovassero a regnarvi silenzio assoluto e compostezza, ad appoggiare chi glieli desse.
“Senti, siccome ho capito dove vuoi andare a parare, facciamo così: creiamo scuole in cui si va per imparare, meritocratiche, che consentano un futuro positivo alla nazione, ed istituzionalizziamo la scuola come centro sociale per la massa. Così è tutto chiaro e a scuola, quella vera, andrà solo chi vorrà studiare”.
Sarebbe sicuramente una cosa onesta, ma è difficile che venga adottata in questi termini: c’è tutta una retorica sul diritto allo studio ed una normativa europea che la impediscono. Ci si arriverà allora per vie traverse, mediante l’abolizione del valore legale del titolo di studio, il bonus alle famiglie, la ‘parità’ scolastica, l’assunzione (e licenziabilità) diretta dei docenti, eccetera.
“Va bene anche questo, purché risolva una volta per tutte il problema”.
Come se il problema della scuola risiedesse all’interno delle scuole… Studenti e docenti vivono in mondi e culture diversi, pressoché incomunicabili, prigionieri del presente i primi, del passato i secondi. Quando è stata istituita la scuola pubblica italiana, subito dopo (anzi: contestualmente) all’Unità del paese, c’era anche un progetto per il futuro, dare unità culturale alla nazione; oggi invece c’è solo la volontà di prendere atto del presente e quindi istituzionalizzare le attuali differenze (per semplificare, “il Sud, palla al piede del paese”), scelta sicuramente più facile e pagante nell’immediato.
Prima o poi, quindi, ci arriveremo. Prima o poi avremo – meglio: alcuni avranno – ordine e disciplina.
Solo che ordine e disciplina non riguarderanno unicamente i banchi, bensì anche le cattedre. Non so se sarà ancora permesso insegnare – anche a titolo puramente informativo – che il 9 Novembre 1926, nove giorni dopo il misterioso attentato bolognese a Mussolini, che costò la vita al quindicenne Anteo Zamboni, immediatamente linciato dagli squadristi perché sospettato di essere l’attentatore, vennero dichiarati decaduti i deputati dell’opposizione aderenti al cosiddetto ‘Aventino’, furono sciolte le organizzazioni contrarie al regime, venne istituito il confino di polizia per quanti avessero "commesso o manifestato il deliberato proposito di commettere atti diretti a sovvertire violentemente gli ordinamenti sociali, economici o nazionali costituiti nello Stato o a menomare la sicurezza o a contrastare od ostacolare l'azione dei poteri dello Stato". Il 25 novembre 1926 fu approvata la "legge di difesa dello Stato" che istituiva il Tribunale speciale, composto da un generale e 5 consoli della milizia, ed introduceva la pena di morte per alcuni reati a carattere politico. Poche settimane dopo nacque il primo nucleo dell'OVRA (la polizia politica segreta fascista).
Nel suo ‘non piccolo’, la scuola diede un contributo importante: scriveva infatti il 26 novembre 1926 il Ministro della pubblica istruzione Pietro Fedele al Capo del governo Benito Mussolini: "Eccellenza, sarebbe mio desiderio che alla data dell'anno scolastico venisse aggiunta la datazione della Rivoluzione Fascista in tutti gli atti ufficiali di questo Ministero (annuarii, programmi, calendari, manifesti). La Scuola italiana sente tutta la bellezza dell'ideale fascista; essa vive una nuova vita dal giorno in cui il Fascismo volle e seppe rigenerarla e chiede al Duce l'onore di poter segnalare quella data nei propri atti, affinché sia sempre presente allo spirito ed alla mente dei giovani. Se la mia proposta incontrerà il consenso della E.V. impartirò le opportune disposizioni alle autorità dipendenti". Il consenso venne incontrato ed anzi esteso a tutti gli atti pubblici. Fino alla caduta definitiva del fascismo, tutti i docenti e gli studenti (anche quelli nati il 29 settembre 1936) ebbero ben presente allo spirito ed alla mente la bellezza della scuola rigenerata a nuova vita dall’Era Fascista, con le virtù in essa richieste, che qualcuno non vede l’ora di far rivivere.
“Uh, dove sei arrivato, partendo dal silenzio femminile su questo sito!”
Non è un mistero che il silenzio agevoli certe scelte, ed io continuo ancora a chiedermi perché le donne che frequentano questo sito tacciano.
Renato Lo Schiavo
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