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TROPPA MEMORIA, POCA STORIA
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TROPPA MEMORIA, POCA STORIA
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La crisi del Giorno della memoria in un saggio recente
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Stefano Borgarelli mercoledì 06 gennaio 2010
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Dal 2001 – anno d’inaugurazione delle pratiche celebrative per il Giorno della memoria – a oggi, non pochi colleghi presumo abbiano vissuto un disagio di fronte a scolaresche che oscillano tra entusiasmo un po’ perverso (dato il tema) nell’attesa d’iniziative originali per quel giorno, e svogliatezza quasi primaverile di fronte all’obbligo ormai liturgico. Studenti conformisti, o renitenti, che preannunciano come animali, coi loro movimenti inquieti, un mutamento delle condizioni atmosferiche? Un agile ma denso volumetto di David Bidussa, storico sociale delle idee, ci avverte ora della crisi in cui sarebbe già entrato il Giorno della memoria, “almeno su tre piani: a) la trasmissione della conoscenza del genocidio ebraico delegata ai testimoni diretti; b) la prevalenza del ‘dovere della memoria’ rispetto alla dimensione della conoscenza critica storica; c) il fatto che questo rapporto squilibrato tra memoria e storia implica, nel tempo medio, un possibile rovesciamento e dunque la messa in questione della memoria stessa e delle voci testimoniali come suoi supporti essenziali.” (p. 27). Il saggio s’intitola “Dopo l’ultimo testimone” (ed. Einaudi, 2009) e pone la questione di fondo del che fare delle testimonianze sulla Shoah, una volta che siano appunto scomparsi tutti i superstiti.
Come avvertiva Pierre Nora all’inizio degli anni ’80 (ma cfr. anche Le Goff 1977), lungi dall’essere sinonimi, memoria e storia si oppongono. Mentre la memoria “colloca il ricordo nell’ambito del sacro, la storia lo stana e lo rende prosaico” (cit. a p. 117). Consapevole della funzione pubblica dei suoi scritti, è proprio un sopravvissuto del rango di Primo Levi che mette in guardia sull’uso che egli stesso può fare della sua memoria. “I sommersi e i salvati” è un libro “intriso di memoria […]. Attinge dunque a una fonte sospetta, e deve essere difeso contro se stesso.” (cit. a p. 68). La proliferazione delle testimonianze invece, l’uso pubblico (scolastico, molto spesso) delle fonti orali, quale lacerto di storia tout court, che si vorrebbe costituita nell’atto stesso della narrazione davanti a un pubblico (con comoda scorciatoia), s’è talmente stratificato nelle pratiche correnti del Giorno della memoria da costituire una tradizione. Difficilmente scalfibile. Bidussa segnala casi di resistenza da parte di familiari di vittime, o comunque appartenenti a comunità ebraiche, non certo per disobbedienza al “dovere della memoria” (fattore peraltro di crisi, come s’è annotato sopra), ma per obbedienza a un principio più alto, di decenza (come l’avrebbe forse chiamata l’Hoffmansthal dell’“Uomo difficile”). La giornalista e scrittrice Elena Loewenthal, per esempio: “Ogni anno molte scuole di ordine e grado diverso mi invitano a parlare nel giorno della memoria. A tutti questi ragazzi e ai loro insegnanti rispondo con un ‘no’ […] questa esuberanza di iniziative intorno al giorno della memoria un poco mi inquieta. Troppe parole intorno a quel silenzio di morte” (cit. a p. 44).
L’autore pone tuttavia la questione se la strategia del silenzio (cui Wiesel invitava già negli anni ’60 – “[…] imparate a tacere.”, cit. a p. 47), permetta la costruzione di consapevolezza storica e coscienza pubblica. A suo giudizio, il silenzio pertiene alla dimensione del sentimento, parte integrante della riflessione pubblica e della storiografia sulla Shoah, ma mistificante quando limitato alla sua mera esposizione pubblica, come accade sempre più spesso proprio nel Giorno della memoria. Questa tendenza destoricizza il genocidio, a tutto vantaggio d’una sua trasposizione retorica, fattore decisivo della crisi che attraversa ormai il Giorno della memoria: “Intorno al genocidio ebraico, proprio nell’esposizione dei sentimenti risiede una delle cause che rendono possibile la monumentalizzazione della storia e quindi la sua trasformazione da strumento a esposizione retorica. Lì risiede la crisi del Giorno della memoria nell’epoca del suo ‘trionfo’.” (p. 52).
Il rischio di monumentalizzazione entra in gioco anche usando fonti diverse dalla testimonianza per allestire una pedagogica storia della persecuzione, sempre nel registro del sentimento. Un film come “Schindler’s List”, nonostante i vistosi anacronismi rilevati da Furio Colombo (“Quelle di Spielberg non sono facce di guerra, i suoi bambini sono americani sani”, p. 107), sta lì comunque a dire che la “staffetta della coscienza del mondo continua” (Colombo). E’ il film d’un ebreo venuto dopo le vittime, che propone un punto di vista intermedio appunto tra vittima e carnefice, giocando la carta di una memoria non vittimistica: “A più di sessant’anni di distanza il vero problema da sciogliere non riguarda più il carnefice o la vittima, ma lo spettatore, l’individuo uscito ‘indenne’ e autoassoltosi.” (p. 114). Questo film offre dunque l’occasione per una discussione non epica e non monumentalistica sul genocidio ebraico, ma sarà necessario andare oltre il suo plot. Bidussa giustamente rileva che “una generazione che solo parzialmente ha fatto i conti con il complesso di quella vicenda […] con leggerezza e sollievo demanda la propria funzione di educazione civica a chi le presenta prodotti già confezionati” (p. 108), qual è appunto un film. Troppi sentimenti e poca storia, insomma.
Il processo d’eticizzazione che proietta le vicende del genocidio sullo sfondo insondabile, metafisico, astratto del “Male assoluto” – secondo la nota formula – approda a una dimensione bipartisan qui in Italia (“E’ significativo che sul Giorno della memoria nessuno polemizzi”, p. 34), non senza rimozioni. Nel terzo capitolo del saggio, “Politica e cultura del Giorno della memoria”, Bidussa traccia una breve cronistoria del dibattito che accompagnò la legge istitutiva appunto della giornata. Nella presentazione della sua proposta alla Camera dei deputati del 20/1/2000, il relatore Furio Colombo precisava: “Sarà un’occasione per interrogarci sul perché simili fatti siano potuti accadere fra il silenzio di tanti”. (cit. alle pp. 29-30). L’autore sottolinea come si proponesse, nelle intenzioni del relatore, una “riflessione pubblica intorno all’ideologia italiana e, più specificamente, al mito del bravo italiano.” (p. 30). Tema storico, non riducibile a una questione etica, ma riconducibile alla specificità delle Leggi razziali in Italia. Ma sulla lezione che se ne doveva trarre il Parlamento si divise. Il Giorno della memoria non doveva selezionare nulla in modo pertinente ai nodi cruciali della storia italiana, ma riguardare indistintamente tutte le vittime dei totalitarismi. Nell’intervento del deputato Fontanini (Lega Nord Padania) si paventa l’ideologizzazione della ricorrenza. Vi si legge invece un’abile capriola dove addita, nel riconoscimento della specificità storica e ideologica dell’antisemitismo, un rischio di ghettizzazione a rovescio: “[…] pensiamo che [le comunità ebraiche italiane, ndr] non abbiano necessità di essere ghettizzate […] né che desiderino trasmettere l’immagine di coloro che continuamente vogliono inculcare sensi di colpa all’Europa.” (cit. a p. 31). La necessità (questa sì ideologica) di destoricizzare l’evento è già tutta in queste parole. Il voto quasi unanime del Parlamento (tra le poche eccezioni, un divertente atto mancato di Giulietti, che votò erroneamente no, chiedendone poi rettifica) coprì la spaccatura di quella discussione. Forse anche per questo, fin dalla prima celebrazione del 2001, nel Giorno della memoria nostrano prese forma un canone molto meno improntato alla storia che al sentimento, all’uso emotivo destoricizzato e ‘bipartisan’ delle fonti. Le cose resteranno così, anche dopo l’ultimo testimone?
Stefano Borgarelli
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