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I POTERI FORTI NELLA SCUOLA
I POTERI FORTI NELLA SCUOLA
Pasquale Almirante domenica 10 gennaio 2010

Quando nell’aprile del 2005 Berlusconi disse che la scuola è uno dei poteri forti in mano alla sinistra ci scherzammo sopra, valutando poco però quel barlume di attendibilità che con gli anni è diventato via via più chiaro, evolvendosi poi del tutto in epoca Gelmini. Cinque anni fa infatti la scuola risentiva ancora di quella grande teorizzazione culturale che aveva le sue radici nel “68 e di cui “La lettera a una professoressa” di don Milani era stata una delle molle più importanti e a cui seguirono nei primi anni settanta i decreti delegati insieme alla conquista di spazi sempre più ampi di democrazia, come le assemblee studentesche e la partecipazione alla gestione della scuola, fino alla autonomia didattica e amministrativa voluta da Berlinguer. La sinistra in altri termini all’epoca regolava i battiti culturali della scuola, indicava percorsi didattici e formativi, proponeva modelli educativi di cui per esempio lo statuto degli studenti e delle studentesse fu uno spunto felice e che interveniva persino sul giudizio nei comportamenti.

Se dunque si guardano le cose da quest’ottica la scuola, più che essere un potere forte in mano alla sinistra (tutti i ministri sono stati sempre democristiani), era una istituzione su cui la sinistra riusciva a dare risposte coerenti, importanti e innovative, il cui culmine fu la riforma della secondaria superiore che però, con l’avvento del governo Berlusconi, venne stravolta dalla Moratti. Ed è da quel preciso momento che la sinistra non è riuscita più a dare gli input culturali che dal “68 aveva impresso, mentre la destra con una intelligente politica di recupero di schemi culturali ritenuti superati ha incominciato a scolpire una nuova visione della scuola. Tutte quelle che erano considerate conquiste stabili nelle gestione delle istituzioni, frutto delle elaborazioni della sinistra, sono state lentamente smantellate a cominciare dai giudizi, dal voto in condotta, dal maestro unico, dall’ammissione agli esami di stato, per passare ai maggiori poteri dati ai presidi, al licenziamento dei precari e per finire alla riforma della secondaria superiore, compreso lo specioso dibattito sul crocefisso nelle aule o sul grembiulino. Ma la stessa robusta presenza del sindacato è stata lentamente diroccata, prima dividendone l’unità, e poi intervenendo perfino sulla sacralità del contratto, spezzandone pezzi ritenuti prima inalienabili come le assenze per malattia.

Di contro la sinistra non è riuscita in questo frangente a dare risposte credibili su tutte queste questioni poste dal governo Berlusconi che ha pure messo in campo, tramite l’on. Aprea, il nuovo stato giuridico dei professori, le forme di arruolamento, la primialità del merito e così via. Mentre i altri termini la destra negli ultimi cinque anni ha messo sul tappeto tutta una serie di interventi diretti a modificare l’istruzione nel suo complesso, seppure sotto la spinta del risparmio, la sinistra è stata a guardare, non ha proposto nulla di nuovo se non la difesa dell’esistente con la relativa opposizione che però non dà frutto. Quelle che furono le grandi teorizzazioni culturali impresse alla nostra istruzione, e che avevano pure radici nobili nella intellettualità italiana, sono via via venute a mancare e oggigiorno non sentiamo nessuno squillo di campana contrapporsi alle trombe, non già della ministra Gelmini, ma dell’intero governo di destra che, anche attraverso i suoi esponenti più di spicco, stratifica ideologie che ne rafforzano il potere. Facendo leva magari su fenomeni particolari quali il bullismo o le deprimenti rilevazioni Ocse-Pisa, la destra da un lato addossa questi risultati negativi a quel presunto potere forte di origine sessantottina, e dall’altro lancia messaggi di rinnovamento che, non avendo interlocuzioni, appaiono fondati e quindi accettabili e accettati da pezzi sempre importanti dell’opinione pubblica e perfino da strati sempre più ampi di addetti ai lavori.

PASQUALE ALMIRANTE


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