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Gennaro Lubrano Di Diego, SALVE PROF!, ...OVVERO LA MERAVIGLIA DELL'EDUCARE, Guida editore, 20
di catullus on venerdì 03 agosto 2007



Nonostante il titolo ammiccante al linguaggio giovanilistico, il libro di Lubrano Di Diego Salve prof! non è il solito pamphlet tra i molti (più e meno incisivi o brillanti) ultimamente usciti sui mali e i problemi del mondo della scuola: si tratta invece di un’opera che intende (riuscendoci per lo più in maniera convincente e a tratti avvincente) trascendere la dimensione più quotidiana e spesso degradata di quel mondo per muoversi in quella, assai più alta e nobile, dell’educazione della persona e della relazione, socraticamente (ma non aristocraticamente) intesa, tra maestro e discepolo. Il sottotitolo (la meraviglia dell’educare) rende ben ragione del tenore dell’opera richiamando opportunamente lo stupore e l’incanto che quest’arte, tra le più delicate e gratificanti (e tra le meno riducibili a semplicistiche formule pseudoscientifiche), continua nonostante tutto a produrre in chi la esercita con passione e competenza. Non è un caso che il libro, anziché descrivere quadri di vita scolastica, si dipani piuttosto attraverso una serie variegata di carteggi intercorsi tra l’autore (docente napoletano di storia e filosofia nella scuola superiore) e alcuni suoi allievi anche dopo ed oltre l’esperienza vissuta da entrambi nella scuola: a sottolineare, appunto, che la magica scintilla dell’eros pedagogico crea talora liaisons individuali assai profonde e durature tra il maestro e alunno al di là del contesto scolastico in cui è scoccata. Si leggono così, con un piacere ed un coinvolgimento facilitati dalla misurata densità dello stile, prolungati scambi di e-mail dell’autore con allievi o ex allievi segnati da vicende umane ed intellettuali le più varie, ora difficili e contrastate, ora appassionanti ed edificanti. Da ciascuno di questi carteggi e di questi dialoghi l’autore estrae di volta in volta una precisa ‘morale’, il significato formativo ed esistenziale più profondo. E tuttavia egli tiene sempre fermo, in ogni caso, il principio basilare secondo cui educare non è mai abdicare al dovere di porsi, di fronte all’educando, in una posizione dialettica alternativa, mai corriva ed indulgente: l’educazione, se vuole davvero esser tale, non può derogare alle regole di un gioco delle parti che non ammette scambi e confusioni tra maestro e discepolo.
Sullo sfondo del libro, ma solo in un secondo piano, tutto il teatrino del didatticume anglofilo-aziendalistico e del pedagogismo lassista di regime che imperversa ormai da decenni nella scuola italiana, ostacolando in tutti i modi, anziché favorirlo, l’autentico lavoro educativo dei maestri, cioè degli insegnanti ancora degni di questo nome. Verso questa soffocante catechesi ministeriale (giustamente smascherata come cattiva coscienza di una scuola che non intende più educere gli allievi, ma renderli soprattutto utenti soddisfatti ed acritici consumatori) l’autore mostra nella sostanza un sacrosanto e viscerale fastidio, benché riesca sempre a contenerlo in una forma (a giudizio di chi scrive) anche troppo rispettosa e diplomatica.

Paolo Mazzocchini


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