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Paolo Mazzocchini, , STUDENTI NEL PAESE DEI BALOCCHI, Aracne, 2007, € 7.
di Stefano Borgarelli on sabato 11 agosto 2007
“Caro genitore, a me che ho sempre amato fare scuola, questa scuola, come avrai capito abbondantemente dal mio lungo discorso, non piace nemmeno un po’.” Nel quarantesimo dell’uscita della Lettera a una professoressa (e dalla scena di Don Milani), un docente di latino e greco nei licei, Paolo Mazzocchini – già apprezzato per il suo pamphlet La scuola del P(l)of
pubblicato con lo pseudonimo di Emilio Parresiade – ha preso carta e penna (forse non metaforiche: l’autore non sembra fautore acceso del computer) e ha scritto a un ipotetico genitore, in procinto d’iscrivere a un liceo (o ad altra scuola superiore) un figlio quattordicenne, “dotato di buona volontà e di discreta inclinazione allo studio.”
Il titolo di questa lettera è eloquente: Studenti nel paese dei balocchi (Aracne, € 7).
In copertina c’è un ragazzino (sembra il fratello sciocco di Tintin) disegnato con cartella, pantaloni corti e farfalla, sorpreso che la sua ombra sul muro esterno d’una scuola superiore sia quella di Pinocchio, col naso lungo e le orecchie d’asino. E’ la scuola (del paese) dei balocchi. Il “lungo discorso” che spiega al genitore perché questa scuola non piace al professor Mazzocchini si sviluppa dal primo al settimo capitolo. Lungo e deprimente l’elenco dei mali. Dal ministro D’Onofrio (che abolì gli esami di riparazione), a Fioroni, passando per la gestione Berlinguer e Moratti, una specie di snaturamento della scuola (superiore, nello specifico) sembra all’autore costante.
Il destinatario della lettera è invitato – in modo stringente, con validi argomenti – a riconoscere come il baricentro della scuola si trovi sempre più spostato verso l’esterno, e metta quest’ultima rischiosamente in bilico sul versante del mercato. Mentre le riforme (annunciate, sbandierate) si riducono in ultima analisi al rifacimento continuo del tetto dell’edificio (il nuovo esame di stato – ex maturità – “cerbero potenzialmente minaccioso […] di selezioni feroci”, da subito trasformato “in innocuo cagnolino domestico”, p. 70), il vero cambiamento (e snaturamento) della scuola italiana sarebbe intervenuto con l’introduzione dell’autonomia, che obbligando alla guerra sul territorio (il bacino d’utenza) per il reperimento di fondi (sempre più scarsi) e di utenti-clienti (ex studenti), ha trasformato la figura del vecchio preside (spesso finemente colto), in quella del moderno dirigente, attivo nel ribadire “agli studenti il loro nuovo ruolo di utenti, destinati, come tali, ad essere soddisfatti o rimborsati, comunque gratificati” (p. 20, ns. sottol.), e nel “delegare agli insegnanti molte delle incombenze del vecchio preside” (p. 16). Come un cibo ogm (allettante ma sofisticato) sugli scaffali del supermercato, qualsiasi istituto mette ormai i suoi prodotti (i progetti, non le lezioni tradizionali) in vetrina: “Ora, se avrai il coraggio di farti dare dalla segreteria il POF [Piano dell’Offerta Formativa, ndr] della scuola cui iscriverai tuo figlio, scoprirai con sorpresa che vi si dice poco circa l’organizzazione e la qualità dell’insegnamento disciplinare ordinario” (p. 36).
Col tramonto dello studio come sacrificio nella scuola (superiore) dei balocchi – adeguata a “principi ludici e assistenziali”, a “parcheggio […] che ammortizzi […] la pressione giovanile sul mondo del lavoro” (p. 33), e conti sempre meno sul danaro pubblico – “niente ormai è più al servizio della didattica, la didattica è invece al servizio di tutte le altre esigenze” (p. 34).
Il capitolo otto s’intitola “I have a dream: tristi conclusioni (ma con modeste proposte)”. Il mittente confessa appunto un sogno, “quello di una scuola in cui non vi siano più progetti, feste, celebrazioni, commemorazioni, pubblicità, orientamento […]; quello di una scuola, insomma, in cui si torni a fare, a tempo pieno, veramente scuola.” (p. 66). Siamo convinti che una scuola ogm-free, un ambiente didattico ripulito radicalmente da tutte le “decorazioni promozionali dell’autonomia” (p. 66), sia nei desideri di tanti docenti (we have a dream?). Il collega Mazzocchini non sembra però esserne altrettanto convinto, e lo dimostra fin dall’apertura della sua lettera: se la scuola superiore italiana diventa “sempre più un luogo di asinificazione indolore degli studenti” (p. 5), ciò accade non solo “per colpa manifesta e flagrante di chi, la scuola, la governa e la dirige” (p. 6), ma anche perché “non pochi ormai, fra i miei cari colleghi, sostengono che il paese dei balocchi è la nuova frontiera della moderna pedagogia.” (p. 6). E ancora: “[…] pochissimi ormai sono coloro che continuano a fare il loro mestiere, cioè ad insegnare agli studenti, anziché a baloccarsi, a studiare e ad amare lo studio.” (p. 6).
Gli acidi della pars destruens di questo brillante volumetto sono efficaci (e persuasiva la costruzione retorica della lettera aperta all’ipotetico genitore), ma la pars construens è affidata a una provocazione (le “modeste proposte” del capitolo otto) che non convince. In una scuola che vede estinguersi la lezione ordinaria (“circa 50 giorni di lezione su 200 vengono sistematicamente persi ogni anno!”, esclama l’autore a p. 48, fatti un po’ di conti), un “bravo insegnante”, che “si ritiene ancora, a ragione, un intellettuale” (p. 28), da tempo in trincea, si sente ridotto all’angolo.
Quale la “modesta proposta” per farlo uscire di lì? Mazzocchini propone una “commissione mista genitori-allievi-dirigenza-ispettori (o docenti universitari) con pari autorità di giudizio di ciascuna componente”, che “dovrebbe far emergere davanti a tutti non certo i nomi dei docenti più asini, bensì solo quelli degli insegnanti valutati su livelli d’eccellenza” (p. 65). Dagli acidi della prima parte, a questa curiosa mescola per un prodotto un tantino gommoso (per i suoi tre quarti, la commissione rappresenta gli interessi aggrediti con l’acido dei primi sette capitoli), il passo ci pare francamente lungo. Coerente con la (modesta) proposta – se non con l’efficace premessa – la chiusa dell’originale lettera di Mazzocchini non potrà in ogni caso essere tacciata di corporativismo: “[…] oggi io, insegnante, non ho altra voce che la tua voce; di te, genitore, che pure vieni sempre più sollecitato ed incoraggiato, dal ministero e dai dirigenti, a comportarti come un mio ostinato nemico.” (p. 68). Speriamo solo che nella commissione mista entri questo genitore, cui il collega dà amichevolmente (ipoteticamente) del tu.
Stefano Borgarelli
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STUDENTI NEL PAESE DEI BALOCCHI. Lettera di un insegnante ad un genitore.
di Paolo Mazzocchini
ARACNE, 2007
Chi volesse penetrare nell’universo scolastico ben oltre le trite scurrilità che si leggono sui giornali, aggirando finanche le vacue mitologie con cui il discorso pubblico sulla scuola di volta in volta appare impastato, dovrebbe senz’altro volgersi alla lettura di questo agile ma denso testo di P. Mazzocchini. L’autore, insegnante di latino e greco nei licei oltre che studioso apprezzato della civiltà e letteratura classica, non è nuovo ad esporsi con salace ironia e disincantata franchezza sui temi della formazione e dell’istruzione e conosce dall’interno la slavina educativa che equivoche filosofie pedagogiche hanno oramai da decenni imposto alla scuola. Tuttavia, rispetto alle passate performance in cui la pungente ironia e il sarcasmo irridente lasciavano poco spazio alla riflessione organica e alla meditazione sistematica sui molteplici punti critici della formazione nella scuola superiore, quest’opera si caratterizza per la certosina capacità dell’autore di individuare e demistificare la vera e propria regressione culturale a cui l’istruzione sta andando incontro in Italia anche per effetto di interventi estemporanei, provinciali e che risentono di acritiche e anglofile volgarizzazioni nel nostro contesto sociale di filosofie della formazione maturate altrove, a contatto con esperienze sagomate su opinabili modelli aziendali. E infatti, aziendalese e didattichese sono i bersagli polemici contro i quali Mazzocchini si scaglia, facendo valere al tempo stesso una naturale vis polemica coniugata con un’esposizione chiara e persuasiva degli elementi di fatto e del proprio punto di vista, che rende comprensibili le distorsioni delle politiche educative in Italia anche ai non addetti ai lavori e a chi presta un’attenzione non assidua ai problemi della scuola. La veste formale con la quale Mazzocchini presenta le sue riflessioni è quella della Lettera di un insegnante ad un genitore, che l’autore immagina per lo più ignaro dei disastri formativi che si perpetrano sulla pelle del figlio anche se ben disposto ad accogliere l’accorato appello dell’autore a collaborare per invertire una tendenza foriera di sciagure supplementari e negatrice tout court del valore educativo della nostra tradizione culturale. Ai genitori, accreditati per lo meno di una certa benevolenza e considerati alleati dei docenti – per lo meno di quelli più avveduti e consapevoli -, l’autore rivolge un discorso didascalico ma denso, nel quale la mutazione genetica dell’allievo in utente, le trasformazioni/involuzioni del ruolo del Preside, i mortificanti meccanismi del reclutamento degli insegnanti, la volgare proliferazione di insulse catechesi didattiche, così come l’archiviazione della lezione ordinaria a favore di un carosello di iniziative inconcludenti ma supportate da uno sfacciato e impudente marketing vengono presentati come i capitoli essenziali di un sistematico piano di disarticolazione della scuola e di espulsione della cultura da quella che rimane una delle principali agenzie formative, ridotta, per lo più, al rango di veicolo di logiche mercantilistiche e sordamente burocratiche. Di fronte a tutto ciò, Mazzocchini non si limita alla diagnosi amara ma esprime anche misurate proposte di correzione e inversione di rotta, rivendicando al docente il diritto – molto più fondato rispetto a quello di chi in una scuola e in una classe non ha mai messo piede – di formulare proposte per evitare che la nobile professione dell’educare venga stravolta in un qualcosa da cui la cultura è scientificamente espulsa.
Gennaro Lubrano Di Diego
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Interssanti sia la recensione sia il commento, complimenti.
Nulla di sostanzialmente nuovo rispetto a quanto dibattevamo - temporibus illis - nei vari consigli d'istituto, giunte escutive, commissioni feste della scuola etc.
Il vero problema resta la crescente "delega educativa" della famiglia alla scuola. Ma è proprio sempre così? Generalizzare rischiso per tutti ma soprattutto per il clima dis-educativo che ciò genera e l'apprendimento ne fa le spese è lapalissiano...
In-segnare, etimologicamente, è lasciar segni.
Mi permetto quindi di segnalare gli interventi dei GENITORI IN RETE al seguente link http://www.edscuola.it/famiglie.html riportati anche nella sezione GENITORI di ORIZZONTESCUOLA.
Alcuni di loro vi leggono ed apprezzano...
Anna Di Gennaro
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Commenti: 38
Registrato:13/09/06
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Aggiungo la recensione al libro di R.Carnero apparsa sull'UNITA' del 6 settembre scorso:
"Mentre sta per cominciare un nuovo anno scolastico, con i problemi e le questioni di sempre ancora sul tappeto, un insegnante di scuola secondaria superiore ha preso carta e penna per fare una cosa piuttosto singolare: scrivere ai genitori dei suoi alunni. Ne è uscito un libro vibrante e preoccupato, che è un pamphelet volto a mettere in guardia dalla pericolosa deriva che, a suo parere, ha preso una buona parte della scuola italiana. L’autore si chiama Paolo Mazzocchini, insegna latino e greco in un liceo e il libro s’intitola “Studenti nel paese dei balocchi” – lettera di un insegnante a un genitore (Aracne editrice, pp. 78 - 7,00 €). La sua tesi è la seguente: attenzione, cari genitori, i vostri figli, nella scuola d’oggi, rischiano di diventare sempre più asini. Come nella favola di Pinocchio: peccato che in questo caso il “paese dei balocchi” trovi il proprio spazio tra le mura dell’edificio scolastico, complici alcune recenti innovazioni decisamente poco felici. L’autore potrà sembrare a qualcuno un nostalgico. In realtà è, prima di tutto, un docente innamorato della propria materia e della propria professione. La sua amarezza deriva appunto da questo. Soprattutto nel constatare come la scuola, intesa in passato quale luogo in cui si trasmette il sapere, è sempre più considerata alla stregua di un’azienda, in cui gli studenti sono, più o meno esplicitamente, equiparati ad utenti (per non dire clienti). È a partire da qui che si realizza quella che l’autore chiama “l’asinificazione indolore degli studenti”. Un processo che avviene, scrive Mazzocchini, “non per loro diretta responsabilità, bensì per colpa manifesta e flagrante di chi, la scuola, la governa e la dirige”. Molti sono gli obiettivi polemici del professor Mazzocchini: le ore di cinquanta minuti, il POF (piano dell’offerta formativa), i debiti e i crediti scolastici, gli IDEI (interventi didattici educativi integrativi, volgarmente corsi di recupero), l’aggiornamento di facciata, la mania dell’informatica a tutti i costi, il nuovo sistema di reclutamento dei docenti (che ai vecchi concorsi a cattedre ha sostituito bienni di specializzazione post lauream, l’esame di maturità continuamente “riformato”, un’autonomia che si traduce nell’affannosa ricerca, da parte dei capi d’istituto, di aiuti finanziari e sponsorizzazioni presso privati. Decisa la sua difesa della scuola pubblica, visto che negli ultimi anni mentre gli stanziamenti in finanziaria per la scuola di stato sono rimasti fermi (quando non sono addirittura calati), i poli privati si sono avvantaggiati di tutta una serie di facilitazioni. I toni del professor Mazzocchini sono accesi e a volte forse un po’ troppo esasperati. Però, oltre alle critiche, c’è anche una parte costruttiva che ci sembra interessante. L’autore formula, infatti, un’interessante proposta: il coinvolgimento delle famiglie nella valutazione degli insegnanti. “Vi si potrebbero coinvolgere gli alunni (più maturi) dell’ultimo anno e, magari, degli ex alunni; ma anche i genitori di quegli stessi allievi. Si dovrebbe costituire così una commissione mista genitori, allievi, dirigenza, ispettori (o docenti universitari) con pari autorità di giudizio di ciascuna rispetto alle altre”. Così i migliori potrebbero essere gratificati, se non economicamente, almeno moralmente. “Da alcuni anni”, scrive Mazzocchini, “nutro un sogno, anzi un miraggio: quello di una scuola in cui non vi siamo più progetti, feste, celebrazioni, commemorazioni, pubblicità, orientamento, e tutte le restanti decorazioni promozionali dell’autonomia; quello di una scuola nella quale la centralità dell’insegnamento svolto ai più alti livelli qualitativi sia promossa, incentivata, salvaguardata; quello di una scuola, insomma, in cui si torni a fare, a tempo pieno, veramente scuola”. E dichiara la propria fiducia in chi la scuola la fa, cioè i professori: perché “una scuola fatta è guidata da bravi insegnanti non ha bisogno di chissà quali riforme calate dall’alto, perché sa riformarsi automaticamente da sola”. Qualcuno vuole dargli torto?"
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