I PROFESSORI E ALTRI PROFESSORI,EINAUDI, TORINO, 2003
di prof. Bingo on venerdì 18 gennaio 2008
Se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo
Anche se a volte criticato, pure dalle pagine di questo sito, per la sua eccessiva ‘mediaticità’ che deriva dai suoi articoli di argomento scolastico che appaiono su
Repubblica (a volte possono risultare un po’ fastidiosi in quanto la realtà descritta da Lodoli appare troppo fictional e l’autore emerge come il prototipo del professore troppo buono, troppo bravo e troppo progressista), Marco Lodoli è sicuramente uno scrittore con la S maiuscola. Dei nove racconti di cui il libro si compone alcuni sono scritti dal Lodoli che conosciamo dai romanzi e sono surreali e sognanti, mentre altri sono malinconici o disperati. L’autore mette in scena infatti personaggi che sono sostanzialmente l
oosers: belli e perdenti, o belli e dannati, oppure a volte brutti, abbruttiti e ovviamente perdenti. Essi però sono assolutamente convincenti, anche se si tratta di personaggi poco realisti o addirittura surreali, privi quasi del tutto di quella patina manieristica di cui si diceva all’inizio. Come altri critici hanno scritto questi “racconti che compongono il libro mettono in scena rapporti fragili, sensibili a ogni bava di vento che fa oscillare i personaggi su un vuoto di risposte e di certezze”; “…parlano di cuori scoperti, anime nude che non sanno addomesticare le emozioni,… Maestri e allievi appaiono chiusi tra invisibili pareti di solitudine, vittime di miraggi e incomunicabilità insuperabili ….Così i personaggi di Lodoli prendono parte alla vita solo superficialmente, condannati a un destino di esuli senza una vera casa a cui tornare, senza un amore capace di riscaldarli, testimoni involontari di un gioco assurdo.”
C’è dunque molto
spleen nei personaggi, siano essi allievi o professori, di queste storie in cui non necessariamente chi impara è l’allievo. Spesso poi i ‘professori’ non solo tali di professione ma sono persone che insegnano o credono di insegnare qualcosa ad un altro personaggio, l’ allievo, che a sua volta spesso non è uno scolaro; addirittura a volte sono gli allievi che si trovano a dare una ‘lezione’ ai professori in un totale ribaltamento dei ruoli. In alcune storie i (co-)protagonisti sono insegnanti veri e il ritratto che ne esce, pur umanissimo, non è dei migliori. Lo stile è sicuramente uno degli aspetti migliori del libro: la prosa lirica di Lodoli e il suo linguaggio raffinato dai risvolti surreali ma mai ostentatamente intellettuale sono un ottimo strumento per dar vita a questi clochards della vita nei quali troppo spesso il lettore si riconosce.
Segue ora una breve presentazione dei nove racconti, con particolare attenzione a quelli in cui il protagonista è un docente.
Il professore di Storia dell’ Arte
(Ovvero sull’orlo del suicidio) Nel primo racconto, ambientato durante la cena di classe di fine anno in cui regna un’atmosfera triste, i protagonisti sono un professore di Arte e una sua allieva di borgata, due
drop out che sfiorano una morte per annegamento che sa tanto di suicidio nel climax del racconto, per poi capirsi, consolarsi a vicenda e presumibilmente ritornare alle loro vite. Claudio è un professore bohémien sui generis e critico d’arte che non ha mai segnato un voto o una assenza sul registro e non ha mai dato una insufficienza (!!), è uno che ha ‘imparato a non aspettarsi mai niente da nessuno’, con due lavori e due donne e che quando sta con l’una pensa all’altra. Michela, l’allieva di cui non ricorda il nome, - che confessa che “la vita è uno schifo, mio padre fa schifo, mia madre fa schifo, e alla fine moriremo tutti”- gli dice: “ Mi fai pena. Mi fai pena dal primo giorno che ti ho visto…sorridevi ma io lo vedevo che eri un uomo perso. Soffro per te più di quanto soffro per me”. Poi rincara la dose “Sei così piccolo e infelice, povero professore mio” mentre scappa di corsa verso il mare. Michela è davvero quella sola che gli può dare una lezione, quella che fa volar via in un attimo “anni di letture, viaggi in città lontane, conversazioni con persone acute, lungi pomeriggi di meditazione e noia, tutto il sapere accumulato in trentasette anni…”. Oppure forse ha ragione Claudio a dirci –a noi, professori – che “gli insegnanti spiegano, non vivono, non si innamorano”? E siamo poi sicuri che Michela non parli a tutti noi? Rimane comunque l’idea che a far crollare il piedistallo di questo professore ‘alternativo’ siano sufficienti poche parole di una sua anonima allieva sottovalutata.
Catarifrangente (Ovvero pene d’amor perdute) C’è molta tristezza nell’amore da entrambi i protagonisti voluto ma solo sfiorato e poi perso in
Catarifrangente, in cui l’allieva è una trentacinquenne che si vede sfiorire che si innamora del maturo istruttore di guida, un ‘professore’ che inculca fiducia e sicurezza. Seguiamo Sisto e Milena nelle loro lezioni pratiche e ascoltiamo i loro pensieri d’amore, unico effimero medicamento per le ferite del destino. E quando l’incontro sta per realizzarsi, senza un vero motivo tutto svanisce, facendo sembrare beffarda la foto da finta famigliola perfetta sulla spiaggia di Ostia dei due assieme a un ragazzino che a cui avevano dato un passaggio
Il mister
(Ovvero come sbagliare il calcio di rigore più importante al mondo e vivere felice) Questo è forse il più bel racconto degli ultimi anni che parla di calcio visto da un’ottica diversa da quella corrente e richiama il bel romanzo di denuncia di quell’ambiente scritto in tempi non sospetti intitolato
Vite all’ asta di Claudio Gavioli (Limina, 2003). In
Il mister l’allievo è un calciatore che ha sempre guardato con distacco e fastidio il mondo del pallone nel quale eccelle come centravanti. Il narratore, in flash-back, mette in luce la falsità di quell’ entourage che suscita passioni violente ed eccessive prive di senso. Proprio l’insostenibile leggerezza dell’atteggiamento del protagonista lo porta a diventare un fuoriclasse che però mantiene dentro di sé una insoddisfazione strisciante che emergerà nel momento topico. I ‘professori’ del racconto sono innanzitutto il padre, che ha passato la vita nel forzare il figlio a giocare a calcio quale unico valore e tutto il circolo del pallone di casa nostra che non vede oltre al rettangolo verde. Sbagliare quel rigore vuol dire fargliela pagare e liberarsi vendicandosi da una costrizione lunga una vita, con buona pace di chi ama lo sport più bello del mondo e al contempo odia il mondo affaristico, violento, ignorante e corrotto che lo circonda. E tra questi, oltre al sottoscritto, suppongo ci sia pure l’autore.
Un maestro
(Ovvero come un insegnante può rovinare senza rimedio la vita di un allievo)
‘Mi emozionava già come entrava in classe, con quel suo modo sbadato, la testa occupata da altri pensieri, l’aria di chi si trovava lì per caso e quasi controvoglia: attaccava la giacca di velluto su un angolo della lavagna e restava in camicia, anche se era inverno. Poi si girava verso di noi e apriva quel suo sorriso bellissimo. Come va? Domandava, non si sa a chi, a tutti e a nessuno, e non aspettava la risposta, cominciava subito a parlare di un film che aveva visto la sera prima o di una mostra, o di un libro che stava leggendo. Era entusiasta o indignato, indifferente mai. In piedi davanti a noi come un direttore d’orchestra, apriva una rivista sconosciuta e iniziava a leggere un articolo di qualche filosofo o artista che io non avevo mai sentito nominare: state attenti a questo passaggio, ascoltate bene cosa ci sta dicendo, quest’uomo è davvero un genio, oppure un idiota illuminato, è veramente fondamentale seguire questo ragionamento, si parte da qui se si vuol capire dove stiamo andando. Nessuno di noi capiva niente ma io stavo con le ali aperte trasportato dal vento della sua passione.’
Quale allievo non è – anzi non era, vista la qualità media degli studenti attuali - affascinato da questo tipo di professore. Chi tra noi docenti non è un po’ così, una versione di casa nostra del prof. Keating di
Dead Poets Society? Io sicuramente si, e me ne compiaccio; Lodoli immagino pure, in certa misura. Ma a far le spese di questo atteggiamento fuori dai canoni non è il professore, come nel film, ma l’ allievo che si emozionava, narratore del racconto scritto a ritroso, a cui il professore aveva detto “Sii te stesso fino in fondo”. L’allievo poi aggiunge:
‘le tengo marcate a fuoco nella mente le sue parole, perché sono le parole che mi hanno rovinato … essere se stessi è un’impresa disperata. …lei mi ha rovinato la vita, mi doveva mettere in guardia, maledetto, non doveva spingermi ad essere me stesso fino in fondo: perché sul fondo di me stesso non c’é niente, solo pozzanghere e disperazione, e forse è così il fondo di tutti.’Scritto in forma epistolare, questo racconto è un grido di disperazione. Dopo molti anni il protagonista scrive al suo vecchio professore per raccontargli la discesa agli inferi e il fallimento totale della sua vita a cui l’ affascinante insegnante lo aveva spinto semplicemente con le sue parole e la sua carismatica influenza negativa. L’allievo aveva cominciato una vita di vagabondaggio alla ricerca di sé stesso senza accettare alcun compromesso che si rivela una discesa agli inferi alla Rimbaud, un rifiuto estremo della vita borghese e della normalità:
Nel tavolo davanti al mio un ragazzo e una ragazza parlavano del futuro tenendosi la mano sulla tovaglia a quadretti. Parlavano anche di vacanze e di canzoni, e di amici comuni, e di una macchina usata da comprare, ridevano come fossero contenti, ogni tanto si sporgevano sopra ai piatti per darsi un bacio…Eppure in quel momento i persi mi sembravano loro, con la loro vita educata, ovvia, spianata e macchiata come la tovaglia a quadretti.
Si era rifugiato squattrinato a Parigi, aveva rifiutato un possibile amore per scrivere il romanzo che lo avrebbe consacrato quale nuovo
angry young man o
poet maudit del nostro tempo. Ma nessun editore lo ha pubblicato e così il protagonista torna a Roma, scrive il resoconto della sua vita sotto forma di lettera al professore ormai in pensione e lo aspetta sotto casa fin quando lo vede passare con la lettera in mano. È un vecchio triste col cane che si affretta alla sua cena riscaldata e al giornale sulla poltrona. Bisogna fermarsi a meditare alla fine del racconto. Lodoli non prende posizione morale e c’è fascinazione sia per il vecchio professore sia per l’alunno angelo caduto.
I Professori
I Professori del titolo sono sette ubriaconi, probabilmente pensionati, che regolarmente ogni sera si trovano in un giardinetto in rovina e filosofeggiano sul mondo e sui massimi sistemi, quel mondo che per loro è ‘un carcere silenzioso dove aspettare l’esecuzione’. In questa atmosfera surreale e felliniana l’allievo di turno è Severino, portinaio ineccepibile, ordinato e onesto, con un approccio al mondo antitetico ai professori ciarloni. Severino è troppo bravo per questa mondo, ben presto perde il lavoro ma continua a sopravvivere alle ingiustizie che subisce con uno stoicismo e un rispetto verso gli altri invidiabile. Severino è troppo positivo per il mondo reale o quello onirico dei professori, che forse sono la stessa cosa, e viene individuato come vittima sacrificale.
Margherita
Margherita è un’altra donna che ha vissuto in giro per il mondo ma ora, come altre protagoniste femminili di queste storie, è tornata a casa e qualcosa le manca. Così un giorno torna alla sua scuola media per rivivere un po’ di sensazioni déjà vu. C’è squallore e provincialismo in quel bar sotto la scuola in cui si siede ora come faceva da ragazza a leggere. Esso però è l’ambientazione del climax statico e della conclusione del breve racconto. Accanto a lei c’è un mesto professore di scienze, e il destino sta per fare il suo corso:
Margherita vorrebbe dire ormai io sono una straniera in questa città, è da una vita che manco, ho visto luoghi che lei neanche s’immagina, il Gange, la suite dell’hotel Plaza a New York, i lofts dei pittori a Berlino, mi lasci in pace, la prego. Vorrebbe dire tante cose, ma sta zitta , perché lo sa, lo sa benissimo che quell’uomo sarà suo marito, e nel petto prova dolore e gioia, ma più dolore.
Rinoceronte
(Ovvero oltre il
burn out). ‘Vent’anni nella scuola, mai un giorno di assenza……Era arrivata a cento chili, indossava solo caffettani e sandali e non riusciva a smettere di mangiare’: questa è Roberta, la professoressa protagonista de
Il Rinoceronte. ‘Robertona, come la chiamavano i suoi colleghi’, è un tipo di professoressa che i pochi maschi che lavorano in quel gineceo che è la scuola italiana conoscono bene:
La sera, nel suo bilocale di un palazzone della Prenestina, dopo aver corretto i compiti e preparato coscienziosamente la lezione del giorno dopo, mangiava come un’ossessa……Non riusciva a stare lontana dalla scuola e dal frigorifero. La sua vita batteva come un pendolo tra quelle due soddisfazioni. Il resto era malinconia, solitudine, amiche che non chiamavano più e uomini che non avevano mai chiamato. Per un lungo periodo Roberta aveva sognato un neonato biondo, poi s’era messa l’anima in pace.
I miei figli sono i miei alunni , pensava…In vent’anni non aveva mai bocciato nessuno. Se li ricordava tutti, dal primo anno ad oggi, classe per classe, nomi cognomi e volti. Qui siamo ben oltre la sindrome tutta ‘nostra’ del
burn out, e il Rinoceronte Robertona è un libro aperto anche per il più novizio degli psicologi. Di questo tipo di insegnante tragico e al contempo farsesco esistono differenti varianti (per fortuna esse rappresentano una sparuta minoranza): dalla professoressa-mamma iper-protettiva, alla professoressa casalinga che gira per la scuola con le borse della spesa, alla single ormai in menopausa come la nostra Robertona –che mi ricorda la Luisona di Bar Sport di Stefano Benni - a cui crolla il mondo addosso appena scopre che una sua alunna, Caterina, la prende in giro (chissa perché, poi?). Così nell’anima di Roberta si posa per la prima volta il seme dell’odio (quello esplicito, non quello sublimato) e il Rinoceronte precipita in una crisi irreversibile come se il velo della sua negazione si fosse squarciato per la prima volta e lei avesse potuto vedersi nello specchio non deformato dalla sua illusione. E la vendetta è dietro l’angolo: la ragazza colpevole viene bocciata, con stupore di tutta la scuola. Passano gli anni e Robertona continua a insegnare svogliatamente.
L’amarezza le era entrata dentro come un veleno che non poteva sputare…Nella vita io non ho avuto niente, pensava, neanche un attimo di amore. Sono una bestia feroce e devo solo nascondermi per non essere uccisa. Sono un peso di cento chili scaraventato sul mondo. Mi piaceva insegnare, ma cosa può insegnare una come me? Dopo anni Roberta incontra Caterina che in parte inconsapevolmente gratifica la vecchia insegnante; da quel momento un filo di voglia di vivere e insegnare torna a far capolino in Roberta, regalandoci una speranza.
I due ultimi racconti,
Ghigo Alberghi e
L’appuntamento, sono i più surreali. L’amore giovanile, la passione da Romeo di Ghigo non corrisposto dalla Giulietta locale dal nome di Giovanna, ci ricorda un plot da ballata medievale. Ghigo sperpera una fortuna per Giovanna senza averla, senza mai sfiorarla, anzi per vederla andar via con altri alle feste da lui organizzate in onore della ‘principessa’. Ma poi, anni dopo, quando Ghigo ha cinquant’anni e vive da solo modestamente, i due per circostanze oniriche si incontrano e infine lei abbandona marito, figli e libertà, per vivere con lui. Ormai però è troppo tardi e la loro è una vita non felice: sdraiati nel bosco con ‘la morte che volando ci cerca, tutto sembrava soltanto il sogno leggero di un uccello’. L’appuntamento mi ha fatto pensare alla canzone dei dodici mesi di gucciniana memoria, quel correre del tempo sempre uguale e sempre diverso, ogni mese in attesa di un appuntamento che non si concretizza, un indugio perpetuo che cerca di dare un senso alla vita che forse non ne ha più. Siamo in uno scri
pt felliniano in attesa del nostro Godot, in una situazione assurda ma non disperata perché il tono della prosa e la (forzata?) allegria del narratore mantiene il racconto leggero: la speranza è ancora lì alla chiusa del libro.
Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo sembra il verso che meglio descrive l’umanità che popola
I professori e altri professori. Nelle parole di uno dei professori/clochard de I
Professori c’è la visione del mondo e dell’umanità dell’autore:
Il mondo è malato, ha detto, e la malattia sono gli uomini, una febbre che cresce, una ruggine che avvolge. Ovunque possono, gli uomini corrodono. Strappano gli alberi, prosciugano i fiumi aggrediscono la terra coi veleni. Ma non gli basta: si divorano tra di loro come insetti, ognuno ha il suo pungiglione da affondare, il corpo e la mente sono solamente il muscolo di quell’aculeo. Non c’è un vantaggio da ottenere o un dolore da evitare, c’è solo il piacere di sentirsi forti nell’offendere. E non lo sanno, poveri insetti, che ogni volta che si uccide si muore in due. Il mondo è un ragazzo buono e stupido, e gli uomini lo tormentano forse perché, come scrive al suo professore il narratore de Il Maestro,
sul fondo di me stesso non cé niente, solo pozzanghere e disperazione, e forse è così il fondo di tutti.
Vittorio Vandelli
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