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T. Todorov, LA LETTERATURA IN PERICOLO, Garzanti ed.
di catullus on giovedì 27 marzo 2008



Che tra i guasti della nostra scuola ci fosse anche un insegnamento della letteratura ossessivamente sbilanciato sul versante dell’analisi tecnico-formale del testo non è una novità per quegli insegnanti i quali (come chi scrive) si trovano quotidianamente a constatare la disaffezione alla lettura di opere narrative da parte della maggioranza degli studenti medi, in un’età nella quale invece il gusto per l’affabulazione dovrebbe essere naturalmente spiccato.
Si potrebbero certo comodamente tirare in ballo, per giustificare questo preoccupante fenomeno di indifferenza o di rigetto, i linguaggi iconici e sub- o antiletterari dei media, dei telefonini e dei computer.
Ma non c’è dubbio che l’insistenza da parte di diversi docenti nell’infliggere ai propri allievi l’esercizio quotidiano dei ferri retorico-narratologici del mestiere critico-letterario e la concomitante scarsa inclinazione ad educere nei giovani il piacere e l’amore della lettura abbiano per parte loro prodotto – ormai da decenni - molti e gravi danni.
È pertanto una notizia rallegrante che uno dei più grandi maestri del formalismo come Todorov pubblichi un libretto che suona come una coraggiosa palinodia rispetto alla sua stessa formazione di critico letterario; e che nei capitoli iniziali (La letteratura ridotta all’assurdo; Oltre la scuola) egli denunci con forza proprio questo esiziale scambio dei mezzi con i fini. Quello che doveva essere uno strumento (l’analisi tecnico-formale di un testo) per arrivare al ‘messaggio’ è diventato ormai, secondo Todorov, lo scopo stesso della didattica letteraria e ha finito sia per oscurare «la migliore comprensione dell’uomo e del mondo» sia per ostacolare il godimento estetico che un testo letterario, in quanto opera d’arte, dovrebbe produrre nel lettore.
Todorov non si limita tuttavia a denunciare questa deriva tecnicistica nella didattica letteraria, ma punta il dito anche contro la patologia solipsistica e nichilistica che affligge, a suo dire, molta letteratura contemporanea: incline ad ascoltare unicamente la voce del proprio io psichico e autobiografico lo scrittore abbina spesso e volentieri a questa rappresentazione ‘ombelicale’ della realtà un quadro unilateralmente desolante e disperante della condizione umana. Secondo Todorov solipsismo e nichilismo degli autori convergono oggigiorno facilmente proprio con il formalismo della critica nell’isolare la letteratura dal mondo, definendola sempre più in uno spazio autonomo asfittico ed autoreferenziale, in-comunicante con il mondo esterno che vorrebbe (e dovrebbe) rappresentare.
Occorre pertanto, secondo Todorov, spezzare questo cerchio chiuso e ristabilire una circolarità virtuosa tra letteratura/critica/didattica letteraria da un lato e la realtà umana nella sua complessità e varietà dall’altro: «L’analisi delle opere che viene fatta a scuola non dovrebbe più avere lo scopo di illustrare i concetti introdotti dall’uno o dall’altro linguista o dal quel teorico della letteratura [...] il suo compito sarebbe di farci pervenire al loro significato – perché chiediamo che esso, a sua volta, ci conduca verso una conoscenza dell’uomo che è di interesse comune [...] Lo studio dell’opera rimanda a cerchi concentrici sempre più ampi: quello degli altri scritti dello stesso autore, della letteratura nazionale, della letteratura mondiale; ma il suo contesto finale, e il più importante di tutti, ci viene fornito dall’esistenza umana stessa » (pp. 78-79).
Ne consegue che l’insegnamento letterario nelle scuole (l’autore si riferisce alla scuola francese, ma il suo discorso si attaglia benissimo anche alla nostra) non deve puntare a formare dei critici, ma dei lettori colti e sensibili, capaci di educare se stessi attraverso la lettura: «Essendo oggetto della letteratura la stessa condizione umana, chi la legge e la comprende non diventerà un esperto di analisi letteraria, ma un conoscitore dell’essere umano» (p.81).
Sembrerebbe insomma un passo indietro rispetto ad una concezione teoricamente consolidata (ma decisamente astratta) dell’autonomia dell’arte e della letteratura. Si tratta, in realtà, di un deciso e salutare passo avanti nella riproposizione di una funzione educativa a tutto tondo dell’opera letteraria e nella riscoperta della sua straordinaria valenza conoscitiva della complessità dell’uomo e della società; una valenza per la quale la letteratura non appare affatto inferiore, secondo l’autore, alle scienze umane.
Posizioni, quelle di Todorov, nette, sensate e largamente condivisibili, anche se esse non suonano particolarmente nuove né rivoluzionarie – occorre in conclusione precisarlo – per quei docenti che da sempre credono in una sana ‘eteronomia’ della letteratura e la insegnano conseguentemente badando ai suoi significati più ancora che ai suoi significanti.
Ben venga tuttavia una lezione di buon senso, se la voce che la esprime è così autorevole e (ci si augura) assai ascoltata.

Paolo Mazzocchini


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arlekin | 28/03/08

Commenti: 105

Registrato:08/12/05

Ci sarebbe un nesso stretto tra la "deriva tecnicistica nella didattica letteraria" e la "patologia solipsistica e nichilistica che affligge [...] molta letteratura contemporanea":
La Croix: Quali sono i pericoli che minacciano la creazione letteraria contemporanea?
T.T: Il “pericolo” di cui parlo procede da diverse cause che sono, tuttavia , collegate a una certa concezione della letteratura. La prima risiede nell'insegnamento nelle scuole, che subito dopo il 1968 ha subito un cambiamento, al quale io ho partecipato in modo attivo. Quello che si voleva era stabilire un equilibrio tra l'approccio alla letteratura attraverso dati esterni, biografici e aneddotici, e l'analisi più attenta delle opere stesse. Ci si è spinti però troppo in là e il risultato è che oggi l'insegnamento si incentra sugli strumenti dell'analisi letteraria più che sulle opere stesse.

TT è Tzvetan Todorov, a confronto con un professore di francese che non condivide né la sua diagnosi, né la sua apprensione, sulla rivista online Sagarana.
Se il libro fosse una palinodia però - come stima nella sua bella recensione Catullus - al formalismo russo (diffuso in Francia dallo stesso TT con una fortunata antologia nei primi anni '60, tradotta tempestivamente da Einaudi) sarebbe intrinseca la distorsione formalizzante. Ma i padri vivaci e antiaccademici, tradotti/introdotti da TT furono altra cosa dagli epigoni, dalla sbornia strutturalista degli anni seguenti (Settanta, in parte Ottanta).
La trasposizione di Catullus dalle aule d'oltralpe alle nostre mi lascia molto perplesso. L'onda formalista nella didattica della letteratura da noi è stata corta, è ormai lontana, e non credo - come Ceserani, che contribuì a frangerla con la fortunata (e intelligente) operazione del Materiale e l'immaginario, cucito insieme a Lidia De Federicis - abbia scosso una tradizione egemone, tipicamente nostrana (nel bene e nel male):
Negli anni Sessanta c'e' stata una ventata forte di rinnovamento negli studi letterari italiani, con l'arrivo dello strutturalismo linguistico, della semiotica ecc. Per un po' di tempo sia nelle scuole che nelle universita', la' dove c'erano gli insegnanti piu' moderni e vivaci, si e' cominciato a rifiutare l'insegnamento storico-letterario e a privilegiare la lettura e analisi dei testi. Si e' trattato di tentativi generosi, a volte ingenui, ma sempre, nonostante le apparenze, minoritari. L'insegnamento storico-letterario e' rimasto quello prevalente in gran parte delle scuole. [...] Nessun paese al mondo ha tante storie della letteratura nazionale (e anche storie delle letterature straniere) come l'Italia.

Così Ceserani nel 1997: tutto l'articolo nel Bollettino del '900.
A conferma della tendenza nei dieci anni seguenti l'articolo appena citato, la cospicua fortuna del Baldi e del Luperini, d'impianto ermeneutico-materialistico quest'ultimo, che occupano il 50% del settore da soli, come sottolineava piccato lo stesso Luperini in una lettera a Mauri di Repubblica:
[...] il mercato scolastico da dieci anni presenta un dato costante: due manuali, quasi alla pari, detengono il 50% delle adozioni nell’area umanistica, quello di Baldi e quello che, con il titolo La scrittura e l’interpretazione, ho pubblicato con l’editore Palumbo (coautori Pietro Cataldi e Lidia Marchiani). Uno studente dei licei su quattro (o poco meno) studia su questo mio manuale dal 1997 a oggi. [...] [...] credo che La scrittura e
l’interpretazione debba il suo successo a un altro cambiamento culturale:
mentre quasi tutti i precedenti manuali si basavano sull’assioma di origine
strutturalistica della centralità del testo, con La scrittura e l’interpretazione [...] si è passati invece alla centralità delle lettura e cioè a un atteggiamento volto a incoraggiare la libera interpretazione dei testi da parte dei giovani [...]

catullus | 29/03/08

Commenti: 38

Registrato:13/09/06

Le antologie letterarie da noi dominanti cui giustamente si riferisce Arlekin sono quelle adottate nel triennio. Ma al biennio delle superiori (e anche nella scuola media) l'onda formalista è stata di sicuro più lunga e influente.
Da noi un altro guasto enorme (ed opposto a quello formalistico) è stato prodotto dalla didattica dei percorsi tematici ed interdisciplinari. Ma questo è già un altro discorso.



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