Claudio Giunta, L'assedio del presente, Il Mulino 2008
di catullus on lunedì 21 luglio 2008
Il titolo del libro di Giunta (docente universitario di letteratura italiana, non sociologo né mass-mediologo di professione) rivela già di per sé lo spirito ‘militante’ e poco accademico con cui è stato scritto: il presente cui si allude è quello dello strapotere pressoché incontrastabile della sottocultura mediatica (televisiva anzitutto); tanto pervasivo da configurare ormai una vera e propria ‘rivoluzione culturale ’ nel senso più sinistro e minaccioso che questa espressione ha assunto a partire dall’esperienza cinese – cui vagamente si allude- di quaranta anni fa.
Questa sottocultura trionfante dei media sta erodendo sempre più spazi e influenza alla cultura autenticamente intesa, l’unica che, secondo Giunta, resta in grado di promuovere lo spirito critico e il senso etico e civico degli individui e che egli identifica tout court con la formazione umanistico-letteraria tradizionale.
Il conflitto tra il compito autenticamente educativo della scuola da un lato e, dall’altro, la omologazione acritica dell’uomo-massa perseguita dai media costituisce, secondo Giunta, il nodo drammatico del problema. Le agenzie normalmente deputate a impartire questa educazione (la scuola e l’università) appaiono sempre più isolate e accerchiate dalla concorrenza della sottocultura mediatica e sviluppano per lo più, rispetto a quella, strategie compromissorie o controproducenti: la scuola rincorre spesso i media abbassando il livello dell’istruzione e volgarizzandone o banalizzandone i contenuti; l’università, per parte sua, si chiude in un inaccessibile iper-specialismo che le impedisce ormai di svolgere il suo ruolo di guida e di esempio culturale.
L’unica strada percorribile sembra all’autore quella di una coraggiosa e sistematica reazione delle istituzioni educative tradizionali, una loro resistenza attiva e combattiva su larga scala all’assedio della barbarie subculturale imposta dai media e dal mercato globale; tutto ciò nella consapevolezza che la soluzione possa darsi solo ristabilendo una gerarchia dei valori e dei fenomeni culturali e non appiattendoli nel flusso indistinto di una effimera e superficiale fruizione consumistica.
Scritto con densità di linguaggio e lucidità di argomentazione, il saggio di Giunta tradisce di continuo, senza esplicitarla, una accorata partecipazione dell’autore alla problematiche che tratta ed alle tesi che avanza; non avrebbe potuto d’altro canto accadere diversamente di fronte a una crisi culturale epocale che richiede nette prese di posizione e chiari giudizi di valore e non può essere affrontata attraverso asettiche analisi accademiche.
Resta tuttavia il dubbio, leggendo le conclusioni, su chi debba, secondo l’autore, assumersi per primo l’onere concreto di dichiarare questa controffensiva: di promuovere, cioè, la tutela e la diffusione della cultura alta quale unico antidoto alla mercificazione e alla massificazione mediatica e quale insostituibile veicolo non solo di formazione dell’individuo, ma anche e soprattutto di educazione del cittadino. Chi legge crede di capire (perché l’autore non lo esplicita) che debbano essere in primis i nostri politici, coloro cioè che governano la scuola e l’università; ma se così fosse – viste le riforme scolastiche e universitarie degli ultimi anni, tutte immancabilmente indirizzate a cavalcare, anziché a combattere, la marea della subcultura di massa e a vezzeggiare bassamente il principio mercantilistico della customer satisfaction – l’auspicio dell’autore sarebbe, oggi come oggi, soltanto un’utopia.
Paolo Mazzocchini
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