I cristalli neri del Dodecalogo
di Stefano Bogarelli on venerdì 06 febbraio 2009
«‘La prego, professore… non faccia poesia’, mi aspetto che dica ora il dirigente.» La citazione criptata è un omaggio al fortunato Ex cattedra dell’ormai ex prof. Starnone, dove il tormentone di un preside (oggi Dirigente Scolastico) suonava al plurale: “Colleghi, non facciamo poesia!” Più di vent’anni dopo Starnone (il libro uscì nell’85), se l’aspetta Bingo, professore d’inglese “processato” nella scuola dell’autonomia per aver appioppato un brutto voto a Manolo, studente dal profilo “lombrosiano” ammanicato con il “Puffo”, figura funzionale per il benessere nella scuola. L’episodio chiude il Dodecalogo, volume collettivo edito dal Centro Studi Gilda di Modena e curato da Vittorio Vandelli (di cui Bingo è dal 2000 alter ego romanzesco). Un volume ricco e stratificato, in cui i problemi della scuola sono trattati con chiavi diverse: dal saggio (Giovannone, Russo), alla ricerca medica (D’Oria), al racconto (Lodoli, Maccari, Benati, Valerio, Dejaco, Mazzocchini, Vandelli), alla dissertazione parodistica (di Raimo).
“Confraternita di Resistenti al nuovo che avanza” (p. 2-3), gli insegnanti/scrittori si rifanno ancora largamente al modello Starnone, ma sorprende la diversa valutazione sul suo primo libro nella conversazione tra il curatore e l’autore. Se per Vandelli “avvolto in quella patina agrodolce dei films amarcord di Pupi Avati, emerge ahimè un universo mille miglia lontano da quello attuale”, a Starnone “fa impressione questa lettura di Ex cattedra. E’ un libro che già nel titolo denuncia il cattivo funzionamento della scuola. […] E’ buffo che dopo vent’anni venga usato per rimandare all’epoca d’oro degli insegnanti.” (p. 2-9). Le miglia di distanza non sarebbero mille, forse il ponte del Titanic era già inclinato quando tanti insegnanti ridevano (ignari?) sulle pagine del primo Starnone (su di sé?): “Penso che la scuola di cui ci lamentiamo oggi sia cominciata allora, nella seconda metà degli anni 70.” (p. 2-2).
Nel Dodecalogo l’immagine della scuola italiana non si compone in un quadro unitario. Si scompone invece nei suoi elementi più critici. Dai dodici scritti non si ricavano altrettante regole per una prassi, ne esce semmai lo stato delle cose (dell’arte). Il Dodecalogo è piuttosto un caleidoscopio, e i cristalli che ne formano le figure (provvisorie) vanno dal grigio al nero.
Autore di Scuola di follia (2005), D’Oria si occupa del DMP (Disagio Mentale Professionale) dal 1998 e annota nel suo saggio che “nel giro di tre lustri, la percentuale di patologie psichiatriche tra gli insegnanti [passa] dal 35% (1992) al 70% (2006) nelle Commissioni Mediche di Verifica.” (p. 8-11). Empiricamente riscontrato tra insegnanti reali, il burn-out serpeggia nella caratterizzazione di quelli fittizi. C’è la Roberta di Lodoli, single arrivata a cento chili, che “nel suo bilocale di un palazzone della Prenestina […] mangiava come un’ossessa”. “Rinoceronte” nel titolo e in una feroce battuta di Caterina, l’allieva più amata che le volta le spalle con crudeltà gratuita, “Si sentiva accerchiata, Roberta, e tirava cornate nell’aria […]. Sognava che Caterina la picchiava con un bastone sulla groppa.” (p. 1-7). C’è l’insegnante di materie scientifiche narrata in prima persona da Chiara Valerio, che scrive una lettera aperta al “Gen.mo sig. Ministro della Pubblica Istruzione […] o Dottor Ministro o chiunque lei sia causa repentini cambi di governo”, perché sia istituito “un corso di aggiornamento per guardiano diurno delle masse studentesche” (p. 7-5). Lei “ha i nervi a pezzi perché si alza ogni mattina alle cinque, e fa mille cose […], ed è acida perché sta sempre sola […], e intransigente perché legge troppo, e se la prende a cuore perché è il primo anno di cattedra annuale.” (pp. 7-4 sg.). C’è il Pippo Fabbri di Mazzocchini, che evita come può una depressione da “corso di facilitazione”, imposto con ordine di servizio dal preside Bonaparte: “Si accasciò sulla sedia. Ma dopo qualche attimo di smarrimento sfilò fuori con disinvoltura dalla tasca del giaccone un libricino di poesie, Le elegie duinesi di Rilke con testo a fronte. Cominciò a leggere silenziosamente, mentre il pigolio della Artusi sfumava alle sue orecchie...” (p. 10-8).
Oltre il pessimismo sul sistema scolastico confermato da Russo dopo Segmenti e bastoncini – “In questi dieci anni si sono […] compiuti ulteriori passi che temo rendano ormai irreversibile il crollo.” (p. 11-2), – una chiave di lettura disincantata sulla debolezza del ceto insegnante è offerta da Giovannone. In Fenomeni l’autore (docente d’inglese noto per il suo Perché non sarò mai un insegnante, Longanesi, e come animatore del sito www.docentinclasse.it) muove da un articolo non recente del sociologo Cavalli su “Reset”, ma ancora utilissimo per cogliere in radice l’attuale ideologia difensiva dell’insegnante medio – già individuata negli anni ‘60, ma su diverse basi, dal Barbagli delle Vestali della classe media. Dove i valori borghesi non sono mai stati dominanti a pieno titolo (Germania, Italia), gli insegnanti avrebbero interiorizzato la cultura quale criterio di legittimazione delle gerarchie sociali. L’analisi di Cavalli chiarisce perciò quale sia il rapporto degli insegnanti col denaro: “Un rapporto che […] nella maggior parte dei casi è di aperta ostilità.” (p. 3-8). Pecunia olet, insomma, alle narici della categoria. Di qui varie conseguenze, per esempio le notevoli difficoltà anche solo a discutere sulle basi d’un sistema retributivo che preveda il merit pay. Se gli insegnanti rientrano ormai tra i “nuovi poveri”, per Giovannone la colpa è tutta loro: “Agli insegnanti, in realtà, nonostante i loro mugugni, non interessa affatto un miglioramento del loro status socio economico, sono rassegnati ai bassi stipendi come un fatto ineluttabile, come l’abnorme evasione fiscale del nostro paese, l’impossibilità di sconfiggere la mafia e la scomparsa delle mezze stagioni.” (p. 3-24). Un cristallo nero, lucido, nel caleidoscopio del Dodecalogo.
Stefano Borgarelli
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